Imperial sovereign tiberian-dobrynian-angelos house of rome and russia


   Santissimo Inca Portugués Ordo 

     Caballeros  de Santiago de la Espada 

de Compostela

A.D. 1170

NEC SOLII IMPAR

Nasce in Spagna, nella Provincia di León[1], capoluogo della Provincia omonima, situata a 838 metri sul Fiume Bernesga, nel settore Nord-Occidentale della Meseta, 290 chilometri a Nord Ovest di Madrid, nell'anno 1170 dell’Era Cristiana.

Alcuni Canonici Regolari dell'Ordine di Sant'Agostino[2], costruirono in quell'epoca diversi Ospedali[3] sul cammino di Santiago[4] (e cioè San Giacomo[5]) di Compostella, in Galizia[6], con lo scopo di dare rifugio ed assistenza ai numerosi pellegrini che erano continuamente attaccati dai Mori che dominavano allora una parte della Spagna.

Successivamente, tre (importantissimo numero nella Numerologia e nell’Esoterismo, a partire dalla Trinità Cristiana di Padre, Figlio e Spirito Santo - Al termine di questo scritto alcune note esoteriche sul numero Tre) tre Gentiluomini  ("Los Caballeros de Cáceres") si unirono a questi Religiosi e, sotto l'invocazione protettiva di San Giacomo, si posero al servizio del Pellegrini di passaggio per proteggere Loro e render facile il passaggio verso Compostella ai Cristiani.

Nel 1175 l'Ordine fu approvato dal Papa Alessandro III - Benedictus Deus - e confermato nel 1200 da Innocenzo III. Col primo Gran Maestro Pedro (Pietro) Fernández (1170-1184), l'organizzazione si espande nelle cinque regioni del Reame: Portugal (Portogallo), León (Leone), Castille (Castiglia), Aragón (Aragona), Gascogne (Guascogna).

Dopo l'offensiva degli Alnohades, nel 1174, i Cavalieri abbandonano  Cáceres. Il Re di Castiglia, Alfonso VIII, dona loro la Città di Uclés, come nuova Sede dell'Ordine.

Dall'altra parte, la Commanderia della branca portoghese dipendeva dal Re del Portogallo, in piena autonomia, riconosciuta da una Costituzione Papale di Nicolas IV – Pastoralis Officii – nel 1288. Nel 1314, viene eletto un proprio Gran Maestro, Don Lourenço (Lorenzo) Eanes;               sino al riconoscimento formale della branca portoghese da parte dei Papi Eugenio IV e Nicola V  (bolla "Ex Apostolice Sedis").

Dopo la morte di  Don Alonso de Cardenas, 40° Gr. M°, il Papa Alessandro VI pone l'Ordine sotto la Corona d'Aragona, in favore di Ferdinand V le Catholique. Da allora il Re di Spagna conserva il titolo e la dignità di Gran Maestro dell'Ordine.

La branca portoghese, invece, fu secolarizzata nel 1789 dalla Regina Maria. L'attuale Repubblica ha desacralizzato il tutto, facendone un mero Ordine al Merito.

Volendo ravvivare l'antica fiamma dei primi Cavalieri di San Giacomo e perpetuare l'invocazione e il Culto del Santo di Compostella di Galizia, luogo Sacro[7] dei "Pellegrini dell'Anima" nel cammino di ricerca evolutiva del proprio essere; congiuntamente al riaccendersi trascendente e immanente  della "Luce mai perduta" di quell'originaria Sacralità Incaica che lungo il cammino dei Toltechi e dei Maya, ha sempre tracciato (seppure con un ben diverso Pantheon) un medesimo cammino spirituale di riconquista della centralità dell'uomo nella Divinità primigenia (da ricercarsi nell'unità trascendente dei simboli arcaici del "Serpente Piumato" da una parte, e della Spada e della Conchiglia alchemica dall'altra); S.A.R.I. Don Antonius II Tiberio Dobrynia Angelo Principe[8] dell’Impero Romano e di Bisanzio, Granduca di Russia, Sovrano Principe Inca di Perù,  per diritto matrimoniale con la Sovrana Real Casa Inca Coya Condorcanqui dei d’Alfonso di Castilla (*1), legittimo pretendente al Trono Imperiale Inca, e per i legittimi diritti, prerogative e fons honorum  derivantegli anche dagli Imperatori bizantini Amoroso Comneno Angelo-Flavio-Lascaris-Paleologo d’Aragona, rianima l'antica idealità dei fedeli di San Giacomo alchemicamente fondendo, nell’unico crogiuolo della Cavalleria dello Spirito e della Cultura di Pace e Bene (Pax et Bonum), l'una tradizione e l'altra nella branca Inca dell'Ordine, ridenominato più appropriatamente come:

“Santissimo Inca Portugués Ordo Caballeros de Santiago de la Espada de Compostela”.

Natura e Sovranità - L’Ordine è una Milizia Cavalleresca, Cristiana ma Ecumenica, e quale soggetto di Diritto Internazionale, appartenente a pieno titolo al Patrimonio Storico e Araldico Dinastico Ereditario dell’Augusta Casa Imperiale e Granducale Tiberiana-Dobryniana-Anghelos di Roma e Russia, è assolutamente, totalmente autonomo, cioè pienamente indipendente da ogni temporale o spirituale sovranità.

In esso si sono riversati anche i Saperi ed il Misticismo propri della Antichissima Cultura Inca ("Figli del Sole") (*2) ovviamente sfrondata di alcuni elementi quali le Offerte cruente di animali agli Dèi, proprie dell’antichità, che ad esempio ponevano in essere Romani, Greci, Etruschi, Ebrei.

In eccezionali casi, l’Ordine può essere conferito anche ai non Cristiani che abbiano acquistato speciali benemerenze verso la Gloriosa Militia, cioè verso il Glorioso Ordo, o si siano resi altamente benemeriti dell’umanità, così come praticasi dalla Santa Sede per l’Ordine dello Speron d’Oro e l’Ordine Piano.

Giova senza meno rammentare che l’Ordine è volutamente ECUMENICO in quanto l’Augusta Casa Imperiale e Granducale Tiberiana-Dobryniana-Anghelos di Roma e Russia è CONTRARIA ad ogni genere di Fanatismo Religioso (*3)

Membri - Similarmente al Vetustissimo Nobilitante Ordine Militare del Cingolo, conferente all’insignito il Titolo Nobiliare di “Cavaliere Ereditario”, è prevista, di norma, una Classe Unica,  quella di Cavaliere (“Dama” nella fattispecie che ad essere insignita sia una Signora) Ereditario di Collana. Per i già Nobili sarà aggiunta la specificazione nella Categoria di “Giustizia”, per i non Nobili, sarà aggiunta la Categoria specificativa di “Grazia”. La Nobilitazione non contrasta la parità fra uomo ed uomo. Essa è il mero contrassegno di coloro i quali hanno molto servito la Loro Patria. Si acquisisce con Decreto del Principe, per insigni meriti personali e può essere “ad personam”, cioè personale, oppure ereditaria, come nel nostro caso. La Corona è quella tipica del Cavalierato Ereditario, con le tre perle visibili. 

Se questa, però, costituisce la Regola, l’eccezione è fornita dal fatto che in eccezionali, rarissimi casi, il Gran Maestro, similarmente a molti altri antichissimi e pregiatissimi Ordini, può concedere quale particolare segno di considerazione e grazia personale, il Titolo Nobiliare di “Barone e/o Conte di San Giacomo di Compostela”, in via alternativa o aggiuntiva al Cavalierato Ereditario. Di norma il Titolo Comitale è riservato a Personaggi di Altissimo Censo e Status Socio-Culturale, ovvero a Membri di Famiglie Sovrane o ex Sovrane ed ai Nobili dell’Alta Nobiltà (Duchi e Principi).

Croce: di Santiago, rossa bordata d’oro, con, caricata nel cuore, la conchiglia d’argento di Compostela (la quale è uno degli emblemi del Santo).

Mantello: bianco con la croce dell’Ordine.

Nastro: giallo e bianco con un palo centrale azzurro. 

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Conchiglia Alchemica - Da Compost + Stella: il Composto è la materia lavorata contenuta nell'Uovo Filosofico, sulla quale deve apparire la Stella Ermetica, ossia il segno dell'Illuminazione spirituale che indica all'Alchimista che è il momento di passare, dopo la "Nigredo" (fase al Nero) all'Opera al Bianco ("Albedo"), che porterà alla "Rubedo" (Opera al Rosso), cioè al completamento della Grande Opera Philosofale. La Conchiglia di San Giacomo di Compostella (prezioso scrigno che racchiude la perlacea stella divina) dunque va a simboleggiare l'Opera Iniziatica da compiersi nel cammino interiore ("peregrinare") verso la Luce (cfr. FULCANELLI, Le Dimore Filosofali e I Misteri delle Cattedrali).

Conchiglia in araldica - Sul “Dizionario Araldico” del Conte Piero Guelfi Camajani, Direttore dell’Istituto Genealogico Italiano di Firenze, Arnaldo Forni Editore, ristampa anastatica della Edizione Milano, 1940, Manuali Hoepli, è scritto: CONCHIGLIA. Simboleggia le Crociate e i pellegrinaggi in Terra Santa. Si rappresenta concava che fa vedere, cioè la parte interna, e convessa quando mostra il dorso.”

Va precisato che in Araldica la Conchiglia è raffigurata in genere orecchiuta e mostrante la parte convessa. Se non ha orecchie si dice Conchiglia di San Michele. Se mostra la parte interna e ha le due orecchie ai lati si dice Conchiglia di S. Giacomo di Compostella, il Patrono dei Pellegrini. Si ritiene che sia stata introdotta negli stemmi al tempo delle Crociate.

La conchiglia che costituisce il nostro emblema è la valva del Pecten jacobaeus, cioè la particolare conchiglia ostentata dagli inizi del Medio Evo dai devoti pellegrini al ritorno dal Pellegrinaggio a Santiago de Compostela in Spagna (anche se in realtà sulle coste atlantiche si ritrova il Pecten maximus , molto simile al Pecten jacobaeus che è invece caratteristico del Mediterraneo). In natura il Pecten jacobaeus presenta due valve, una convessa (o concava, dipende come la si guarda) ed una piana; la valva convessa, utilizzata dagli Pellegrini anche per mangiare e per bere, è quella che da sempre costituisce il nostro emblema.

Circa i colori della croce (smalti) di seguito la spiegazione Araldica:  

Rosso

Il rosso è stimato da molti il colore più nobile del blasone; i francesi però gli preferivano l’azzuro, come quello che figurava nell’arma reale.

Il rosso si contrassegna con tratteggi perpendicolari, ed il suo segno planetario è. Esso rappresenta il fuoco fra gli elementi, il rubino fra le pietre prezione; e simboleggia amore di Dio e del prossimo, verecondia, spargimento di sangue in guerra, desiderio di vendetta, audacia, valore, fortezza, magnanimità, generosità, grandezza, nobiltà cospicua, e dominio.

È anche un ricordo dell’Oriente e delle spedizioni d’oltremare, come pure dimostra giustizia, crudeltà e collera.

Ignescunt irae, disse Virgilio. Finalmente, siccome dagli antichi era consacrato a Marte, significa slanci d’animo intrepido, grandioso e forte. Gli Spagnoli chiamano il campo rosso sangriento, ossia sanguinoso, perchè richiama alla memoria le battaglie sostenute contro i Mori. Un nome analogo lo troviamo in Germania nel blutige Fahne, vexillun, cruentum, campo tutto rosso senza alcuna figura, che indica i diritti di regalia, e si trova nell’armi di Prussia, d’Anhalt, ecc.

Il rosso è com l’azzurro uno dei due colori più usati nel blasone; ma più frequentemente si trova nelle armi di famiglie borgognone, normanne, guascone, brettone, spagnole, inglesi, italiane e polacche.

Nella stagione cavalleresca il rosso nell’armi non si poteva portare se non da chi ne otteneva il permesso dal Sovrano, o da chi apparteneva a possenti e principesche famiglie; nè si concedeva il rosso com l’oro ad altri che ai Principi, ai Cavalieri e ai Nobili di antica estrazione.

Ma queste leggi, che gli araldi studiavansi di far rispettare, non furono mai considerate, e non v’há gerarchia nel rosso delle diverse arme dei Nobili.

Nelle bandiere il rosso rappresenta ardire e valore, e pare sai stato adottato in principio dagli adoratori del fuoco. Presso i Romani uno stendardo rosso inalberato sul Campidoglio annunziava la guerra, justidium; spiegato sulla tenda pretoriale invitava i soldati alla battaglia; presentato da un generale innanzi ad una città assediata, significava che era mestieri prenderla d’assalto. A Sparta i soldati, secondo le Leggi di Licurgo, dovevano vestire di rosso; a Roma il rosso era il colore dei Generali e dei Patrizi. A torto il Rey ed altri scrittori hanno fatto del rosso il simbolo della crudeltà, della carneficina e della morte. Benchè infantti la bandiera rossa abbia spesso servito di segnale di rivolta e di strage, sarebbe però ingiusto condannare per spirito di partito, come fa il suddetto Rey, uno smalto blasonico che figura nella metà delle arme della nobiltà europea. Nei tornei anzi significava allegrezza, e solo se era molto cupo s’interpretava in senso di vendetta, di crudelta, di sdegno, di fierezza; accompagnato com l’argento simboleggiava la gioia, com l’azzurro il desiderio di sapere, col nero fastidio e noia, col violetto amore infiammato, con la porpora assoluta padronanza.

Nelle livree il rosso era segno di Giurisdizione ed Alta Nobiltà.

I Duchi di Borgogna, i Re di Spagna, e Re di Navarra, i delfini del Viennese lo adottarono per loro colore particolore; in Italia i Ghibellini lo presero come distintivo del partito imperiale. Fu detto anche cinabro, ricco colore, gola, vermiglio, rosea, rubino, marte; gli Inglesi quest’ultimo nome gli attribuiscono se è posto nelle armi dei Sovrani o dei Principi, mentre quello che compare nel blasone dei Nobili lo chiamano rubino.

Il rosso dei Francesi è detto gueules, dalle gole rosseggianti degli animali, giusta l’avviso di le Feron e di Menage. Altri fanno derivare quel vocabolo da cusculium, col quale Plinio designa la cocciniglia. Ma l’opinione più diffusa e accreditata è che sai una parola di origine orientale, sai che richiami l’ebraico gulud, pelle rossa, o sai che ricordi il ghul dei Persiani, voce che significa rosa o rosso, come Ghulistan vuol dire Paese delle Rose. Il Du Cange molto assennatamente giudica che gula si dicesse nella bassa latinità una pelle tinta in rosso, e reca in appoggio la lettera scritta da  S. Bernardo all’Arcivescovo di Sens, com questi termini: Horreanti et murium rubricatas pelluculas, quas gulas vocant, manibus circumdare sacratis.

Il vocabolo gueules é antichissimo nel blasone francese, e si trova nominato più volte nella descrizione in rime del Torneo di Chauvency, scritta nel 1285 da G. Bretex

Argento

Uno dei due metalli usati in araldica che si contrassegna nelle incisioni lasciando in bianco il campo o la figura di questo smalto. É dopo l’oro la tinta piú pregiata nel blasone, perche rappresenta la luce e l’aria tra gli elementi, la luna tra gli astri, la perla tra le geme, ed è simbolo della concordia, della puritá. Della clemenza, della gentilezza e della tranquillità d’animo. L’Alciato lo fa geroglifo di sinceritá: At siceri animi, et mentis stola candida purae, Hinc Sindon sacris linea grata viris.

Sin dai tempi piú antichi il bianco, che in araldica equivale all’argento, há significato castitá, fede, integrità di costumi; e per questo Cicerone dice che particolarmente conviene a Dio;

Onde i Sacerdoti antichi vestivano di bianco per denotare che gli Dei amano le cose pure ed immacolate. Inoltre gli Egizi usavano ravvolgere i corpi dei nobili defunti in lini bianchi; per la qual cosa è emblema di nobiltá di natali, e di dignitá per le bianche bende dei Re e le toghe dei candidati.

L’argento serve anche a denotare l’eloquenza di un cittadino, l’umiltà e la Santità di un Sacerdote, la Verginità di corpo e di cuore, la temperanza, la veritá ed altre virtú cristiane, come pure l’allegrezza e l’abilità.

Sembrerebbe che com tanti significati l’argento debba produrre piú confusione nell’araldista che non chiarezza; ma chi è versato, diremo meglio, chi è abituato alle stranezze e alle bizzarrie dell’arte araldica, scorgerà subito una differenza tra tutte queste idee simboleggiate dall’argento, a seconda dell’arme che lo portano.

Accompagnato com gli altri colori può prendere speciali significati, come l’argento col rosso è l’emblema dell’allegrezza, coll’azzurro della vittoria, col verde della cortesia, com la porpora della santità dei costumi, col verde dell’umiltà e della temperanza, com l’oro dell’eloquenza. Se lo scudo è d’argento pieno è simbolo della pace, della quiete d’animo, della vita ritirata e dell’amore placido e felice.

Il Capaccio parla di altri simboli che puó offrire il bianco (araldicamente l’argento), come libertà perduta, a ragione della carta bianca che il vinto cede al vincitore; povertà, perchè Marziale chiamo motteggiando la veste di Attalo alba; perfetta malizia e ipocrisia, per le parole del Nazareno e di S. Paolo sepolcri imbiancati, macigni imbiancati; crudeltà perchè i Poeti finsero Medea com le mani ingessate; dolore, perchè il bianco era il lutto delle vedove greche, e simili altre sciocchezze, che volendo accettar tutte si finirebbe col far rappresentare al bianco ogni vizio e ogni virtú, e per conseguenza, nulla. Queste riportate dal Capaccio non sono già veri simboli, ma metafore, usate da qualche popolo o per qualche circostanza, e che non si comprendono da tutte le nazioni; in una parola manca loro il termine più necessario all’esistenza del simbolo, quello cioè di essere universale. Sino daí tempi dei Romani l’argento figurava come colore di divisa, e tutti conosco la squadriglia alba del Circo, squadriglia che come le altre si converti poi in fazione. Nei tornei succeduti al circo le sciarpe e le divise d’argento erano portate da quei cavalieri che volevano dimostrate la gelosia, la paura, la passione amorosa; in seguito posero quel metallo sugli scudi com le significazioni sudette che furono a noi riportate fedelmente da Sicillo araldo, da Mènèstrier, da Ginanni e da altri. Per chi comprende facilmente qual rapporto d’idee e di paragoni esista fra il bianco e le virtù più pure e perfette, l’innocenza, la clemenza, la pace, la cortesia, la concordia che rappresenta, riuscirà forse più arduo l’indovinare la relazione che passa fra esso e l’idea di vittoria e di allegrezza. Ma che egli si rammenti della bianca veste del Trionfatore romano, condotto de quattro bianchi cavalli, e seguito da tutto l’esercito biancovestito e daí prigionieri stretti d’argentei ceppi; che egli si ricordi di Bacco e delle Baccanti rapppresentate in bianchi lini, e vedrà ove l’araldica frugo i suoi simboli, ove gli emblemi.

Lo specchio, che presso gli antichi era d’argento, e che è il geroglifico dell’abilità, há consigliato la rappresentazione di quest’estratto alla Cavalleria del Medio Evo, e l’Araldica l’ha fatta sua. E cosi via discorrendo.

Nella stagione cavalleresca si chiamava luna l’argento che si vedeva sulle armi dei sovrani, perla quello che figurava su quelle dei gentiluomini, le quali denominazioni tutt’oggi si conservano nel blasone inglese.

Dopo la cacciata degli inglesi dalle bandiere rosse, l’argento fu sempre il colore nazionale della Francia, e per conseguenza dei Guelfi d’Italia, e dei Bianchi in particolar modo. Presso i Pontefici e nella repubblica di Genova è stato sempre molto considerato, come pure nella Spagna e nelle Due Sicilie sotto i Borboni, nel Portogallo presso i re cristiani di Gerusaleme. Nelle bandiere l’argento serve ad indicare la ragione e la prudenza nel maneggiare le cose di guerra.

Col sistema di Francquar il metallo di cui ci siamo ora occupati era contraddistinto nelle incisioni e disegni mediante il segno planetario della luna; col metodo delle cifre si distingueva mediante un A (alba color, argento, argent).

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(*1) L'Augusta Consorte Donna Enza Nicòle Farah d'Alonzo Real Majolino Cognetti de Martiis Tiberio Dobrynia, Contessa Cognetti de Martiis, de' Principi Real Inca Coya Condorcanqui di Perù, Duchessa di San Giacomo, dei Baroni d'Alfonso de’ Principi de Castilla, Principessa di Dobrynia, Principessa Imperiale di Roma e Bisanzio e Granduchessa di  Russia, Duchessa d'Armenia, Corucana di Pianuco Piaroania, Contessa di Quito, Baronessa di Papasidero, Nobile di Scalea, Patrizia di Gravina.

(*2) Incas o Inca, titolo onorifico "figli del sole" degli antichi sovrani amerindi di stirpe quechua  della regione di Cuzco (Perù), passato a indicare collettivamente le popolazioni andine da questi sottomesse (quechua, aymarà, kolla, ecc.).

Fondato verso al metà del sec. XV da Pachacuti (1438-71) e dal figlio Topa Yupanqui (1471-93), l’Impero Incas o Tahuantisuyu raggiunse  l’apogeo sotto Huayna Copac (1493-1527).

Gli Incas furono assoggettati da Pizarro nel 1522, ma, dal 1563, con Atahualpa, animarono ribellioni indie: l’ultima condotta da Tupac Amaru, fu repressa nel 1571.

L’Impero comprendeva un territorio lungo 4000 km, dalla Colombia  sud-occidentale, al Cile settentrionale.

La Religione, Politeista, s’incentrava sul culto del Dio Sole (Inti) e faceva capo al sovrano che sovrintendeva alla casta sacerdotale, detentrice delle conoscenze tecniche, mediche ed astronomiche.

Le Città più importanti sono: Cuzco, Machu Picchu, Ollantaytambo, Pisac; costruite su terrazze a diversi livelli di altitudine.

Tiahuanaco, una delle più misteriose e suggestive città, a 25 km dal lago Titicaca, in ungigantesco palazzo c’è una sala lunga 45 piedi e larga 22 piedi, con un tetto costruito come quelli del tempio del Sole di Cuzco; per gli indigeni è il tempio consacrato a Viracocha, il creatore del mondo.

Secondo la leggenda, è la città edificata dai Titani, gli stessi che, disobbedienti, sarebbero stati cancellati dalla faccia della terra dal Dio. Al Diluvio e ai Titani sembrano rimandarci anche tante interpretazioni dal nome di questo enigmatico centro, secondo Luis E. Valcarcel si dovrebbe pensare al luogo dove si congiungono terre ed acque (dai monosillabi TI= insieme, WA= Terra, NA= unione, CO= acqua);

Dalle parole rivolte dell’Imperatore Atahualpa a Pizarro: ”Ecco l’impronta lasciata dal sole quando prese lo slancio per salire al cielo”.

La cronologia ufficiale consegna una lista di 12 governanti, finché nel 1532, con l'invasione spagnola, si rompe dando fine alla dinastia.

I re inca, cui nomi sono stati registrati per la storia, sono stati in totale quatordici e la durata dell'impero raggiunge circa cinquecento anni. La seguente è la lista dei re inca:  

Manco Cápac

Sinchi Roca

Lloque Yupanqui

Mayta Cápac

Cápac Yupanqui

Inca Roca

Yahuar Huaca

Viracocha

Pachacútec

Inca Yupanqui

Túpac Inca Yupanqui

Huayna Cápac

Huáscar

Atahualpa  

 

 

L'ascesa al trono nell'anno 1438 dell'Inca Yupanqui (grande statista nominato "Pachacuti" ovvero "colui che inizia una nuova era") diede inizio all'espansione e all'organizzazione del Tahuantinsuyu o impero "delle quattro regioni", che corrisponde approssimativamente ai quattro punti cardinali che si dipartono dalla capitale. Quest'ultima fu chiamata Cuzco ("ombelico del mondo") e si trasformò in una delle più grandi città precolombiane d'America.  

Pachacutec, estese l'Impero a suoi massimi confini, coprendo quella che oggi è la Repubblica del Perú e parte delle attuali Repubbliche di Ecuador, Colombia, Bolivia, Cile e Argentina. Unificò l'Impero a traverso l'adozione di una lingua unica: il quechua e la costruzione di una imponente rete viale - i cammini dell'Inca - che ressero possibile una rapida comunicazione tra i principali punti dell'Impero. Organizzò lo stato inca nell'economia, nella politica e nel campo sociale in modo di creare un impero espansionista. 

 L'origine dello stato e della dinastia Inca sono avvolti nel mistero e nella leggenda. La loro storia ebbe inizio con un regno locale originatosi per distacco dall'impero Huari. Gli inca furono una carovana di emigranti che alla fine del XII secolo fuggivano da Taipicala (Tiahuanaco) cercando rifugio, dato che la loro terra d'origine era assalita e invasa da ondate umane procedenti dal Sud (Tucumán e Coquimbo). Questi invasori erano i chiamati Aymará.

Durante il governo di Pachacutec il principe Inca Túpac Yupanqui organizzò una spedizione marittima che arrivo fino alla Polinesia, testimoniata da racconti raccolti dal cronista Sarmiento de Gamboa e confirmati, secoli dopo, dalla spedizione Kontiki del navigante scandinavo Thor Heyerdahl, che salpò dal Perú nel 1947 con una imbarcazione simile seguendo lo stesso percorso degli antichi peruviani.

Insieme al figlio Tupac Inca Yupanki conquistò, tra il 1463 e il 1471, il regno Chimú e alcune zone della Sierra dell'Ecuador. Dopo di lui, Tupac Inca Yupanqui (1471-1493) conquistò la costa centromeridionale del Perú, il sud dell'Altopiano Boliviano, il nordovest dell'Argentina il nord ef il centro del Cile. Infine Huayna Capac (1493-1525) ampliò e consolidò i domini inca nell'Ecuador, dove fondò una capitale secondaria, Quito. Primogenito e successore legittimo di Huayna Capae, Huascar, non fu però capace di conservare l'unità dell'impero, e ben presto il suo fratellastro, Atahualpa, si ribellò. Ebbe così inizio una cruenta guerra civile, di cui approfittarono gli Spagnoli che, capeggiati da Francisco Pizarro, fecero prigioniero nel 1532 Atahualpa, che morì l'anno seguente. La fondazione di Lima, sulla costa centrale, segnò la fine della potenza socio-politica inca; ciononostante gli indigeni della Sierra e degli Altopiani continuarono a vivere secondo l'antica tradizione.

Gli Inca furono gli eredi di più di 3000 anni di sviluppo tecnologico e culturale andino. La loro originalità si manifestò soprattutto nel contesto dell'organizzazione dell'impero (uno dei più grandi di tutta la storia) e nel sistema fortemente gerarchizzato, che aveva come centro il sovrano Inca, considerato figlio del Sole (la principale divinità dello stato). Su tutto il territorio dell'impero si sviluppò una fitta rete di strade, percorse dai famosi "chasquis" (messaggeri imperiali), che trasportavano mercanzie o messaggi urgenti. Sulle cime più alte delle montagne si officiavano riti alle divinità del Cielo e della Fertilità.

Gli Inca erano maestri nell'architettura monumentale, realizzata con grandi blocchi di pietra assemblati perfettamente. Le fortezze di Sacsayhuaman, presso Cuzco e le città di Machu Picchu e Ollantaytambo ne costituiscono gli esempi più noti. A questi vanno aggiunti i terrazzamenti e i pendii opportunamente trattati per la coltivazione, i canali d'irrigazione, i ponti sui fiumi più ricchi d'acqua, miniere e luoghi per la lavorazione dei metalli, ecc..

Il vecchio Inca (imperatore) Pachacutec, nominò suo figlio Tupac Yupanqui come suo successore. In questa situazione, di co-regnante, intraprese la conquista della sierra nord del Perú (Cajamarca) e la regione di Cañar in Ecuador; dopo ritornò lungo la costa, conquistando il poderoso Stato Chimú, arrivando poi nella costa centrale (la nazione Ychma) alla città di Pachacamac la più importante di questa regione. Forse la conquista della nazione Ychma fu pacifica, una sorta d'alleanza e vassallaggio. Tupac Yupanqui ordinò di costruire a Pachacamac il Tempio del Sole piramide dedicata al controllo politico ed economico del nuovo stato conquistato.

La loro lingua fu il quechua considerata oggi, assieme allo spagnolo, lingua ufficiale del Perú e la loro scrittura i Quipus, un sistema di fili annodati che ancora oggi aspetta essere decifrato.

Il dio supremo degli Inca era Viracocha creatore e signore di tutti gli essere viventi. Altri furono i dei, della creazione e della vita, Pachacamac, del Sol, Inti (padre degli Inca), e le dee della Luna, Mamaquilla, della Tierra Pachamama, e del fulmine e la pioggia, Ilapa. Durante le cerimonie più importanti, si sacrificavano animali vivi e raramente si facevano sacrifici umani.

Azteca o Mexica (Vedere anche il Calendario Azteca), furono un popolo che dominò il centro e sud dell'Messico dal secolo XIV fino il secolo XVI. Famosi per aver stabilito un vasto impero altamente organizzato, vennero distrutti dagli spagnoli e i loro alleati, i tlaxteca. Alcune versioni segnalano che il nome azteca deriva dal luogo mitico, situato possibilmente a nord dall'attuale città del Messico, chiamato Aztlán; più tardi si autodenominarono mexica.

Dopo la caduta della civilizzazione tolteca, che fiorì principalmente a Tula fra i secoli X e XI, ondate di immigrazioni inondarono la meseta centrale del Messico, intorno al lago Texcoco. Data la loro tarda apparizione, gli azteca-mexica furono obbligati ad occupare la zona pantanosa situata ad ovest dal lago.

Alla fine del regno di Moctezuma II (figlio di Ahuitzotl), nel 1520, si erano stabilite 38 province tributarie; nonostante, alcuni popoli della periferia lottavano accanitamente pur di mantenere la loro indipendenza. Queste divisione e conflitti interni agevolarono la sconfitta del Impero Azteca da parte degli spagnoli alleati con questi popoli. Moctezuma accolse Cortè ei suoi pacificamente e gli diede i migliori palazzi, facilitando così la caduta della città. È possibile che la interpretazione degli antichi presagi sul ritorno del dio Quetzalcóatl ("Il Serpente Piumato di Luce"), fece confonderlo con Cortés. Gli spagnoli catturarono Moctezuma II, che morì in prigionia, mentre il fratello e il nipote del re, Cuitlahúac e Cuauhtémoc (Guatimozino), tentarono inutilmente di organizzare un'estrema resistenza e venirono impiccati nel 1525.

(*3) Il fanatismo religioso è una alterazione, una aberrazione della coscienza religiosa. Il termine Fanatismo deriva da “fanum”, il Sacello della Divinità, il luogo della Sua dimora. Il fanatismo pretende di mettere le mani sul luogo della Divina presenza e così possederlo. Noi, o perlomeno noi persone tolleranti e giuste, al giorno d’oggi, giustamente deprechiamo il fanatismo che strumentalizza la Fede Islamica. Ma non dobbiamo dimenticare forme di fanatismo che hanno strumentalizzato la Fede Cristiana. "Gott mit uns", era il motto nazista: Dio è con noi”, ripresa funesta del più antico e costantiniano In hoc signo vinces. Vincere la battaglia grazie al segno della croce.  Fanatismo. Termine derivato da “fanatici”, termine derivato dal latino fanatici, a sua volta derivato da fanum, tempio. Presso i Romani designava i seguaci di Culti Orgiastici di origine orientale, quali quelli di Madre Bellona e della Gran Madre Cibele.Le loro cerimonie erano caratterizzate da manifestazioni deliranti e frenetiche di esaltazione religiosa, spesso culminanti con i Sacerdoti che si ferivano con un’ascia bipenne (v.). Ne deriva il termine fanatismo (v.).

Fanatismo: Derivato da fanatici (v.), è un termine impiegato a partire dal XVIII secolo a significare esasperata esaltazione religiosa o politica, come pure eccessivo ed irrazionale entusiasmo per un’idea, o cieca fiducia nella validità delle proprie convinzioni, al di fuori dei limiti della ragione umana. Secondo Voltaire, «il Fanatismo sta alla superstizione come il delirio sta alla febbre ed il furore alla collera. Colui che va in estasi, od ha delle visioni, e scambia poi i suoi sogni per realtà, oppure che considera le sue fantasie come profezie, è affetto da entusiasmo. Chi invece sostiene questa sua fantasia con un delitto è un succube del Fanatismo. Vi è un Fanatismo. a sangue freddo, tipico di quei Giudici che condannano a morte quanti si sono macchiati del solo delitto di pensarla diversamente da loro. Tali Giudici sono colpevoli e degni dell’esecrazione del genere umano in quanto, non essendo preda di furore omicida, avrebbero dovuto e dovrebbero poter ascoltare la voce della ragione». (Dizionario Filosofico, Edizioni Mondadori, 1974).

Il numero Tre

Di seguito quale complemento alla Sacralità del Numero TRE in occidente, informazioni sull’Esoterismo del TRE in Oriente. Innanzitutto il numero TRE è il numero del Cielo (in cinese “Tien/Tian”), il simbolo del Buddha dei TRE tempi (“Dîpamkhara” – sanscrito – “Jôkô-Butsu in giapponese,    per il passato, “Shâkyamuni” - sanscrito – “Shaka-Butsu” in giapponese, per l’era presente e “Maitreya” - sanscrito – “Miroku” in giapponese per il futuro), dei TRE poteri  (“San- Cai”), nozione basilare della Religiosità cinese. Cielo, Terra e Uomo, rappresentate nel simbolo giapponese detto “mitsu tomoe”, l’unione delle TRE energie in  rotazione universale, le TRE dottrine classiche, Buddismo, Taoismo e Confucianesimo, che molti  cinesi vedono come un’unica Dottrina (tant’è che dicono: “San Chiao, I Chiao”, e cioè “Le TRE Dottrine sono un’unica Dottrina”).  

Il TRE è particolarmente apprezzato dai cinesi, ma non solo da loro, poiché in tutte le religioni troviamo tale numero a simboleggiare la Trinità (quella Cristiana, Padre, Figlio e Spirito Santo; quella induista, o “Trimurti”, Brahma, Vishnu, Shiva; quella buddista, o “Triratna - sanscrito; “Tiratana” in pâli; “Kuntchog-Sum” in tibetano; “Seng-Chiao” in cinese- Buddha, Dharma e Samgha-, in giapponese “San-zon”; Trinità pure nell’ambito Taoista, nella antica Religione degli Egizi, con Osiride, Iside ed Horus, etc.) e l’abbondanza, in quanto nel “Tao Te-Ching” (“Il Libro della Via e della Virtù”), Testo Sacro della Religione Taoista, la “Bibbia” del Taoismo, è scritto:

“Dal Tao nasce l’uno, dall’uno nasce il due, dal due nasce il TRE e dal TRE nascono tutte le cose.” E’ come se il TRE fosse il numero massimo rappresentante l’Infinito.

TRE sono pure i classici TRE frutti che si offrono in Cina agli Spiriti dei defunti (“Shên”):

1)      il bergamotto;

2)      la pesca;

3)      il melograno,

a simboleggiare rispettivamente maggiore fortuna, vita più lunga e tanti figli (provate un po’ a contare i chicchi del melograno…) quale migliore augurio per la prossima vita. Il TRE, inoltre, è un po’ il numero perfetto dell’armonia fra uomo, cielo e terra.

Durante il feudalesimo cinese, vi erano minuziosi cerimoniali (“Chou-Li”, “I-Li”, “Li-Chi”, dati da TRE opere classiche , appunto i “TRE Li”, ove “Li” sta per “Cerimoniale/Etichetta” (in giapponese “Ri”): Li per i ricevimenti a corte, le ambasciate tra le varie corti, per il modo di comportarsi con gli ospiti, con i conoscenti, a casa, per la strada, nei giochi, a scuola, in visita.

In Cina i “TRE amici” sono:

1)      il Divino Signore Buddha;

2)      il Filosofo Confucio[9];

3)      il Filosofo Lao-Tzu

simboleggiati rispettivamente dal:

1)      bambù;

2)      pino;

3)      susino.

TRE sono pure i tesori Taoisti (“San-Pao”):

1)      mansuetudine;

2)      moderazione;

3)      rinuncia alla gloria terrena.

Realizzandoli si procede verso il “Tao” (la “Via” – divina-).

Nella Cina feudale, l’elemento fondamentale dell’Esercito era dato dal carro da guerra, montato da TRE Nobili.

La Dea indiana Minakshi, che sarebbe appartenuta alla antica Dinastia dei Pandya di Madurai, possedeva TRE mammelle, e ne perdette una quando incontrò il Dio Shiva.

I “peccati” dello Shintoismo (“Tsumi[10]) sono distinti in TRE categorie:

1)      azioni cattive/offese (“Ashiki-Waza”);

2)      contaminazioni (“Kegare”);

3)      calamità/punizioni celesti (“Wazahai”).

TRE sono le piante del buon augurio in Giappone:

1)      bambù;

2)      pino;

3)      prugno/susino.

TRE (“trictvara” in pâli) sono le vesti giallastre che distinguono il Monaco Buddista. 

TRE erano le virtù che i Signori Feudali giapponesi (Dai-myô) chiedevano ai loro Samurai[11]:

1)      appartenere ad una buona famiglia;

2)      essere tanto un buon arciere quanto un buon cavaliere;

3)      avere un comportamento modesto.

(come riferisce l’ “Azuma Kagami”, 1180-1266).

Chi era ammesso alla presenza dell’Imperatore cinese doveva compiere TRE genuflessioni complete a terra, toccando TRE volte il suolo con la testa. Ciò era detto “Kow-Tow/Kou-Tou”.

TRE sono pure le tipologie di “Karma (n)[12]”:

1)      buono;

2)      cattivo;

3)      neutrale.

Il  TRE nel Confucianesimo rappresenta i TRE gruppi di uomini:

1)      i “Perfetti/Nobili ”;

2)      gli “uomini superiori”;

3)      gli “uomini comuni”, cioè la massa del volgo.

Il TRE ricorre altresì nell’ Induismo Shivaita. Infatti, il “Tripundra” (voce sanscrita), costituisce un tipico segno diriconoscimento dei devoti del Dio Shiva: TRE linee orizzontali di colore bianco o cenere.

TRE sono i mondi (in giapponese “San-gai”; in sanscrito “Tri-loka”) per il Buddismo giapponese:

1)      il mondo del desiderio (giapponese: “Yokkai”, in sanscrito “Kamaloka”);

2)      il mondo delle forme (giapponese: “Shiki-kai”, in sanscrito “Rûpadhâtu”);

3)      il mondo senza forma (in giapponese: “Mushiki-kai”, in sanscrito “Arûpadhâtu”) e cioè il mondo passionale, il mondo sensuale ed il mondo puro.

TRE erano le zampe del fantastico animale detto “corvo solare”, prima che fosse assimilato ad altri Signori Celesti Taoisti. Le TRE zampe simboleggiavano:

1)      Cielo;

2)      Terra;

3)      Uomo.

TRE sono le  principali suddivisioni giapponesi della Scuola/Setta buddista Zen  (Zen-Shu):

1)      Rinzai (1168);

2)      Sôtô/Sôdô (1223);

3)      Ôbaku (1650).

Sono pure TRE le deità della buona sorte nel Taoismo. Queste sono dette “San Hsing”, cioè “TRE stelle” e sono perennemente presenti nell’iconografia tradizionale cinese. La prima, “Lu-Hsing” (stella della dignità), viene raffigurata sotto forma di cervo, la seconda, “Shou-Hsing” (stella della longevità), possiede un nodoso bastone, simbolo d’immortalità, sottolineata pure dal fatto che ha in mano il pesco dell’immortalità, la terza, “Fu-Hsing” (stella della fortuna), rappresentata da un bimbo oppure da un pipistrello, simbolo della fortuna, poiché il termine pipistrello è omofono del termine “felicità”, oltre che dei termini “padre” e “paternità”.

TRE sono pure le Divinità della Scuola Taoista della “Igiene delle Divinità Interne”, che fiorì in Cina dal II al VI secolo d.C.. Queste sono dette “San-I” (ovvero i “TRE dell’unità”), abitano i centri vitali della testa, del cuore e del basso addome, ed hanno il compito di difendere il corpo umano tanto dalle malattie, quanto dagli spiriti maligni e demoniaci (Kwei).

Nello sciamanesimo coreano (“Singyo”), ampiamente diffusa è anche la litolatria;

le rocce e le pietre possono essere oggetto di venerazione per TRE differenti motivi:

1)      in quanto considerate sacre in sé per sé (ad esempio a causa della loro forma);

2)      perché ritenute dimore o simboli di un particolare “Kwisin” (dal cinese “Kwei-Shên”), Demoni o Dei o,

3)      perché considerate sacre a causa  delle loro relazioni con certi “Kwisin” o in certi luoghi sacri.

TRE sono pure i “TRE Sovrani” (“San-Kuan” o “San-Wang”) Taoisti, assisi sui Troni del Cielo, della Terra e dell’Acqua. Il primo Sovrano, “T’ien-Kuan”, ha il potere di arrecare fortuna e ricchezza materiale, il secondo sovrano “Ti-Kuan”, viene invocato affinchè perdoni i peccati ed il terzo ed ultimo Sovrano assiste nel pericolo e nelle disgrazie. Il “pool” formato dai TRE Sovrani,     ha funzione pure di “Magistratura”, giudicando le azioni compiute sulla terra dagli uomini.

Si dice che Bodhidharma[13] (sanscrito; in cinese P’u Ti Ta Mo, in giapponese Daruma oppure Bodai Daruma), il Fondatore del Buddhismo Ch’an/Zen, fosse il figlio numero TRE (terzogenito) del Re Sughanda, Re di un Regno detto dai giapponesi Kôshi, nell’India del Sud, vicino a Madras.

TRE sono le virtù del Buddha (in giapponese Buddha si dice Butsu, contrazione di “Butsu-da” oppure Hotoke):

1)      Dai-Jô (giapp.: “grande concentrazione”);

2)      Dai-Chi  (giapp.: “grande conoscenza”);

3)      Dai-hi (giapp.: “grande compassione”).

Diversi avvenimenti accaduti nel corso della vita del Patriarca (Shônin) Buddista Nichiren (Loto Solare), che nacque nel 1222 da una povere famiglia di pescatori, già Samurai decaduti (Rônin[14]), sulla costa sud orientale del Giappone, furono legati al numero TRE. Egli venne condannato, per la Sua intransigenza e fanatismo, alla morte per decapitazione nel 1271. Mentre il boia sollevava in alto la sciabola, un fulmine colpì la lama, che si frantumò in TRE pezzi. Interpretato questo segno come miracoloso, quale segno della collera divina, la pena fu tramutata in esilio nell’isola di Sado, ove visse TRE anni.

Il rito essenziale del matrimonio Shintô[15] (Scintoista) consisteva nello scambio, tra gli sposi, di TRE coppe di sake[16], il famoso vino di riso giapponese, da bere ciascuna in tre sorsi.

Lo scambio rituale delle coppe suddette, il “Sansankudo”, che ancora al giorno  d’oggi è tipico di una cerimonia di nozze, è stato codificato dal “Sangi Ittô Ô-Soshi” (Regole di etichetta dei Samurai), un’opera del XIV secolo, nella sua forma definitiva.

Cionondimeno è probabile che tale pratica andasse a ratificare un costume ben più antico.

In Cina è molto popolare la seguente TRIADE di Buddha data da:

1)      P’u-Hsien (in sanscrito “Samantabhadra”);

2)      Shih-Chia-Mou-Ni-Fo (in sanscrito “Shakyamuni Buddha”);

3)      Wên-Shu (in sanscrito “Manjushri”, in giapponese “Man-Ju” o “Mon-ju”).

Nel Pantheon coreano abbiamo un’importante deità, “Chesok” ( eguale a “Shakra”) il quale, come Dio della Felicità, è talvolta chiamato “Samsin” (TRE  Dei),  o  Sam-Bul Chesok” (TRE Buddha Shakra). In tal caso è considerato una fusione del Budda Shakyamuni (“Sokchon”), Avalokiteshvara (“Kwanseum”) e Ksitigarbha (“Chi-Jang”), che governano rispettivamente il Cielo, la Vita presente e la vita dopo la morte.

Uno dei princìpi fondamentali su cui si fonda la Dottrina della Scuola/Setta esoterica buddista giapponese “Shin-gon” (in cinese “Chên-yen” o “Mi-tsung”) è  quello dei TRE misteri (in giapponese “San-mitsu” oppure “Sammitsu”; in sanscrito “Trai-gunya”), che elenco di seguito:

1)      tutto ciò che si vede nel mondo è una manifestazione del corpo del Budda e costituisce il mistero del corpo del Budda;

2)      tutti i suoni dell’universo sono il mistero delle parole del Budda;

3)      tutte le forme di pensiero sono il mistero del pensiero del Budda e cioè:

a)      mudrâ;

b)      mantra (m);

c)      concentrazione/meditazione.

Una TRIADE è data dai seguenti TRE:

1)      Budda della Medicina (in sanscrito “Bhaisajya Guru – Buddha –“ , in cinese   Yao Shih Fo”, in giapponese “Yakushi Nyorai”) con i Suoi due attendenti,

2)      Shuryaprabha (in sanscrito; divinità solare, posta a sinistra; in giapponese “Nikko Bosatsu”);

3)      Chandraprabha (in sanscrito; divinità lunare, posta a destra, in giapponese “Gakko Bosatsu”).

 

NOTE

[1] León si sviluppò attorno ad un Campo Romano, sede della “Legio Septima” (Settima Legione), dopo il dominio dei Visigoti e degli Arabi assurse al rango di Capitale del Regno (909).Di rilevante interesse gli edifici monumentali della vecchia città, dalla vie strette e tortuose, tipiche degli agglomerati urbani del Medioevo, in parte ancora racchiusa nella cerchia muraria romana; tra questi la Cattedrale Gotica (XIII secolo), la Chiesa Romanica di S. Isidoro, il Convento di S. Marco (XVI secolo).  Esistono anche omonime città in Messico, nello Stato di Guanajuato e nel Nicaragua nel settore occidentale del Paese. La Provincia di León (15.581 chilometri quadrati, attualmente con 524.000 abitanti) si estende sul versante meridionale della Cord. Cantabrica e comprende gli Alti Bacini dei Fiumi Esla e Sil.

[2] Sant' Agostino da Tagaste, Vescovo di Ippona e Dottore della Chiesa . 28 agosto - Tagaste (Numidia), 13 novembre 354 – Ippona (Africa), 28 agosto 430. Educato nella Fede, ebbe una giovinezza dissipata finché non lesse l'Ortensio di Cicerone che lo riaccostò alla vita dello Spirito. Fu attratto dal Manicheismo ma l'incontro con Sant'Ambrogio, da cui fu battezzato, lo riportò alla Fede. Tornato penitente in Africa dopo la morte della madre, fu ordinato Sacerdote e Vescovo di Ippona. Filosofo, Teologo, Mistico, Oratore e sommo polemista (parte della sua vita fu dedicata alla lotta contro l'eresie), a lui si deve la prima sintesi tra Filosofia e Fede, che dimostra come sia possibile un perfetto accordo tra la città terrena e la città celeste. In un mondo come quello attuale, in cui la città terrena sembra essere in contrasto con quella celeste, il suo messaggio è ancora un monito e una speranza per l'umanità.

Patronato:Teologi, Stampatori

Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino

Emblema: Bastone pastorale, Libro, Cuore di fuoco

Agostino è uno degli autori di testi teologici, mistici, filosofici, esegetici, ancora oggi molto studiato e citato;        egli è uno dei Dottori della Chiesa come ponte fra l’Africa e l’Europa; il suo libro le “Confessioni” è ancora oggi ricercato, ristampato, letto e meditato.
Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo…. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace”; così scrive Agostino Aurelio nelle “Confessioni”, perché la sua vita fu proprio così in due fasi: prima l’ansia inquieta di chi, cercando la strada, commette molti errori; poi imbroccata la via, sente il desiderio ardente di arrivare alla meta per abbracciare l’amato. Agostino Aurelio nacque a Tagaste nella Numidia in Africa il 13 novembre 354 da una famiglia di classe media, di piccoli proprietari terrieri, il padre Patrizio era Pagano, mentre la madre Monica, che aveva avuto tre figli, dei quali Agostino era il primogenito, era invece Cristiana; fu lei a dargli un’educazione religiosa ma senza battezzarlo, come si usava allora, volendo attendere l’età matura.
Ebbe un’infanzia molto vivace, ma non certamente piena di peccati, come farebbe pensare una sua frase scritta nelle “Confessioni” dove si dichiara gran peccatore fin da piccolo. I peccati veri cominciarono più tardi; dopo i primi studi a Tagaste e poi nella vicina Madaura, si recò a Cartagine nel 371, con l’aiuto di un facoltoso Signore del luogo di nome Romaniano; Agostino aveva 16 anni e viveva la sua adolescenza in modo molto vivace ed esuberante e mentre frequentava la scuola di un Retore, cominciò a convivere con una ragazza cartaginese, che gli diede nel 372,  anche un figlio, Adeodato. Questa relazione sembra che sia durata 14 anni, quando nacque inaspettato il figlio; Agostino fu costretto, come si suol dire, a darsi una regolata, riportando la sua condotta inconcludente e dispersiva, su una più retta strada, ed a concentrarsi negli studi, per i quali si trovava a Cartagine. Le lagrime della madre Monica, cominciavano ad avere un effetto positivo; fu in quegli anni che maturò la sua prima vocazione di filosofo, grazie alla lettura di un libro di Cicerone, l’”Ortensio” che l’aveva particolarmente colpito, perché l’autore latino affermava, come soltanto la filosofia aiutasse la volontà ad allontanarsi dal male e ad esercitare la virtù. Purtroppo la lettura della Sacra Scrittura non diceva niente alla sua mente razionalistica e la Religione professata dalla madre gli sembrava ora “una superstizione puerile”, quindi cercò la Verità nel Manicheismo. Il Manicheismo era una Religione Orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del Cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo. Ultimati gli studi, tornò nel 374 a Tagaste, dove con l’aiuto del suo benefattore Romaniano, aprì una Scuola di Grammatica e Retorica, e fu anche ospitato nella sua casa con tutta la famiglia, perché la madre Monica aveva preferito separarsi da Agostino, non condividendo le sue scelte religiose; solo più tardi lo riammise nella sua casa, avendo avuto un sogno premonitore, sul suo ritorno alla Fede Cristiana.
Dopo due anni nel 376, decise di lasciare il piccolo paese di Tagaste e ritornare a Cartagine e sempre con l’aiuto dell’amico Romaniano, che egli aveva convertito al Manicheismo, aprì anche qui una Scuola, dove insegnò per sette anni, purtroppo con alunni poco disciplinati. Agostino però tra i Manichei non trovò mai la risposta certa al suo desiderio di Verità e dopo un incontro con un loro Vescovo, Fausto, avvenuto nel 382 a Cartagine, che avrebbe dovuto fugare ogni dubbio, ne uscì non convinto e quindi prese ad allontanarsi dal Manicheismo. Desideroso di nuove esperienze e stanco dell’indisciplina degli alunni cartaginesi, Agostino resistendo alle preghiere dell’amata madre, che voleva trattenerlo in Africa, decise di trasferirsi a Roma, capitale dell’Impero, con tutta la famiglia. A Roma, con l’aiuto dei Manichei, aprì una Scuola, ma non fu a suo agio, gli studenti romani, furbescamente, dopo aver ascoltate con attenzione le sue lezioni, sparivano al momento di pagare il pattuito compenso. Subì una malattia gravissima che lo condusse quasi alla morte, nel contempo poté constatare che i Manichei romani, se in pubblico ostentavano una condotta irreprensibile e casta, nel privato vivevano da dissoluti; disgustato se ne allontanò per sempre. Nel 384 riuscì ad ottenere, con l’appoggio del Prefetto di Roma, Quinto Aurelio Simmaco, la Cattedra vacante di retorica a Milano, dove si trasferì, raggiunto nel 385, inaspettatamente dalla madre Monica, la quale conscia del travaglio interiore del figlio, gli fu accanto con la preghiera e con le lagrime, senza imporgli nulla, ma bensì come un Angelo Protettore. E Milano fu la tappa decisiva della sua conversazione; qui ebbe l’opportunità di ascoltare i sermoni di s. Ambrogio che teneva regolarmente in cattedrale, ma se le sue parole si scolpivano nel cuore di Agostino, fu la frequentazione con un anziano sacerdote, san Simpliciano, che aveva preparato S. Ambrogio all’episcopato, a dargli l’ispirazione giusta; il quale con fine intuito lo indirizzò a leggere i neoplatonici, perché i loro scritti suggerivano “in tutti i modi l’idea di Dio e del suo Verbo”.
Un successivo incontro con s. Ambrogio, procuratogli dalla madre, segnò un altro passo verso il Battesimo;         fu convinto da Monica a seguire il consiglio dell’Apostolo Paolo, sulla castità perfetta, che lo convinse pure a lasciare la moglie, la quale secondo la Legge romana, essendo di classe inferiore, era praticamente una concubina, rimandandola in Africa e tenendo presso di sé il figlio Adeodato (ci riesce difficile ai nostri tempi comprendere questi atteggiamenti, così usuali per allora). A casa di un amico Ponticiano, questi gli aveva parlato della vita casta dei monaci e di s. Antonio abate, dandogli anche il libro delle Lettere di S. Paolo; ritornato a casa sua, Agostino disorientato si appartò nel giardino, dando sfogo ad un pianto angosciato e mentre piangeva, avvertì una voce che gli diceva ”Tolle, lege, tolle, lege” (prendi e leggi), per cui aprì a caso il Libro delle Lettere di S. Paolo e lesse un brano: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rom. 13, 13-14).
Dopo qualche settimana ancora d’insegnamento di retorica, Agostino lasciò tutto, ritirandosi insieme alla madre,   il figlio ed alcuni amici, ad una trentina di km. da Milano, a Cassiciaco, in meditazione e in conversazioni filosofiche e spirituali; volle sempre presente la madre, perché partecipasse con le sue parole sapienti.
Nella Quaresima del 386 ritornarono a Milano per una preparazione specifica al Battesimo, che Agostino, il figlio Adeodato e l’amico Alipio ricevettero nella notte del sabato santo, dalle mani di s. Ambrogio.
Intenzionato a creare una Comunità di Monaci in Africa, decise di ritornare nella sua patria e nell’attesa della nave, la madre Monica improvvisamente si ammalò di una febbre maligna (forse malaria) e il 27 agosto del 387 morì a 56 anni. Il suo corpo trasferito a Roma si venera nella Chiesa di S. Agostino, essa è considerata il modello e la Patrona delle Madri Cristiane. Dopo qualche mese trascorso a Roma per approfondire la sua conoscenza sui Monasteri e le Tradizioni della Chiesa, nel 388 ritornò a Tagaste, dove vendette i suoi pochi beni, distribuendone il ricavato ai poveri e ritiratosi con alcuni amici e discepoli, fondò una piccola comunità, dove i beni erano in comune proprietà.
Ma dopo un po’ l’affollarsi continuo dei concittadini, per chiedere consigli ed aiuti, disturbava il dovuto raccoglimento, fu necessario trovare un altro posto e Agostino lo cercò presso Ippona.
Trovatosi per caso nella Basilica locale, in cui il Vescovo Valerio, stava proponendo ai fedeli di consacrare un Sacerdote che potesse aiutarlo, specie nella predicazione; accortasi della sua presenza, i fedeli presero a gridare: “Agostino prete!” allora si dava molto valore alla volontà del popolo, considerata volontà di Dio e nonostante che cercasse di rifiutare, perché non era questa la strada voluta, Agostino fu costretto ad accettare. La Città di Ippona ci guadagnò molto, la sua opera fu fecondissima, per prima cosa chiese al Vescovo di trasferire il suo Monastero ad Ippona, per continuare la sua scelta di vita, che in seguito divenne un seminario fonte di Preti e