Nasce
in Spagna, nella Provincia di León,
capoluogo della Provincia omonima, situata a 838 metri sul
Fiume Bernesga, nel settore Nord-Occidentale della Meseta, 290
chilometri a Nord Ovest di Madrid, nell'anno 1170 dell’Era
Cristiana.
Alcuni
Canonici Regolari dell'Ordine di Sant'Agostino,
costruirono in quell'epoca diversi Ospedali
sul cammino di Santiago
(e cioè San Giacomo) di Compostella, in
Galizia,
con lo scopo di dare rifugio ed assistenza ai numerosi
pellegrini che erano continuamente attaccati dai Mori che
dominavano allora una parte della Spagna.
Successivamente, tre (importantissimo numero nella Numerologia
e nell’Esoterismo, a partire dalla Trinità Cristiana di
Padre, Figlio e Spirito Santo - Al termine di questo scritto
alcune note esoteriche sul numero Tre) tre Gentiluomini
("Los
Caballeros de Cáceres") si unirono a questi
Religiosi e, sotto l'invocazione protettiva di San Giacomo, si
posero al servizio del Pellegrini di passaggio per proteggere
Loro e render facile il passaggio verso Compostella ai
Cristiani.
Nel 1175 l'Ordine fu approvato dal
Papa Alessandro III - Benedictus
Deus - e confermato nel 1200 da Innocenzo III.
Col primo Gran Maestro Pedro (Pietro) Fernández (1170-1184),
l'organizzazione si espande nelle cinque regioni del Reame:
Portugal (Portogallo), León (Leone), Castille (Castiglia),
Aragón (Aragona), Gascogne (Guascogna).
Dopo
l'offensiva degli Alnohades, nel 1174, i Cavalieri abbandonano
Cáceres. Il Re di Castiglia, Alfonso VIII, dona loro
la Città di Uclés, come nuova Sede dell'Ordine.
Dall'altra
parte, la Commanderia della branca portoghese dipendeva dal Re
del Portogallo, in piena autonomia, riconosciuta da una
Costituzione Papale di Nicolas IV – Pastoralis Officii – nel 1288. Nel 1314, viene eletto un proprio Gran Maestro, Don Lourenço
(Lorenzo) Eanes;
sino al riconoscimento formale della branca portoghese
da parte dei Papi Eugenio IV e Nicola V
(bolla "Ex
Apostolice Sedis").
Dopo la morte
di Don Alonso de
Cardenas, 40° Gr. M°, il Papa Alessandro VI pone l'Ordine
sotto la Corona d'Aragona, in favore di Ferdinand V le
Catholique. Da allora il Re di Spagna conserva il titolo e la
dignità di Gran Maestro dell'Ordine.
La branca
portoghese, invece, fu secolarizzata nel 1789 dalla Regina
Maria. L'attuale Repubblica ha desacralizzato il tutto,
facendone un mero Ordine al Merito.
Volendo
ravvivare l'antica fiamma dei primi Cavalieri di San Giacomo e
perpetuare l'invocazione e il Culto del Santo di Compostella
di Galizia, luogo Sacro
dei "Pellegrini
dell'Anima" nel cammino di ricerca evolutiva del
proprio essere; congiuntamente al riaccendersi trascendente e
immanente della
"Luce mai perduta"
di quell'originaria Sacralità Incaica che lungo il cammino
dei Toltechi e dei Maya, ha sempre tracciato (seppure con un
ben diverso Pantheon) un medesimo cammino spirituale di
riconquista della centralità dell'uomo nella Divinità
primigenia (da ricercarsi nell'unità trascendente dei simboli
arcaici del "Serpente
Piumato" da una parte, e della Spada e della
Conchiglia alchemica dall'altra); S.A.R.I. Don Antonius II Tiberio Dobrynia Aragona Principe
dell’Impero Romano e
di Bisanzio, Granduca di Russia, Sovrano Principe Inca di Perù
della Sovrana Real Casa Inca Coya
Condorcanqui, legittimo
pretendente al Trono Imperiale Inca, e per i legittimi
diritti, prerogative e fons honorum derivantegli
anche dagli Imperatori bizantini
Angelo-Flavio-Lascaris-Comneno-Paleologo d’Aragona di Sicilia, rianima
l'antica idealità dei fedeli di San Giacomo alchemicamente
fondendo, nell’unico crogiuolo della Cavalleria dello
Spirito e della Cultura di Pace e Bene (Pax
et Bonum), l'una tradizione e l'altra nella branca Inca
dell'Ordine, ridenominato più appropriatamente come:
“Santissimo Inca Portugués Ordo
Caballeros de Santiago de la Espada de Compostela”.
Natura
e Sovranità - L’Ordine è una Milizia Cavalleresca,
Cristiana ma Ecumenica, e quale soggetto di Diritto
Internazionale, appartenente a pieno titolo al Patrimonio
Storico e Araldico Dinastico Ereditario dell’Augusta Casa
Imperiale e Granducale Tiberiana-Dobryniana-Anghelos di Roma e
Russia, è assolutamente, totalmente autonomo, cioè pienamente
indipendente da ogni temporale o spirituale sovranità.
In esso
si sono riversati anche i Saperi ed il Misticismo propri della
Antichissima Cultura Inca ("Figli del Sole") (*2)
ovviamente sfrondata di alcuni elementi quali le Offerte
cruente di animali agli Dèi, proprie dell’antichità, che
ad esempio ponevano in essere Romani, Greci, Etruschi, Ebrei.
In eccezionali casi, l’Ordine può essere conferito
anche ai non Cristiani che abbiano acquistato speciali
benemerenze verso la Gloriosa Militia, cioè verso il Glorioso
Ordo, o si siano resi altamente benemeriti dell’umanità,
così come praticasi dalla Santa Sede per l’Ordine dello
Speron d’Oro e l’Ordine Piano.
Giova senza
meno rammentare che l’Ordine è volutamente ECUMENICO in
quanto l’Augusta Casa Imperiale e Granducale
Tiberiana-Dobryniana-Anghelos di Roma e Russia è CONTRARIA ad
ogni genere di Fanatismo Religioso (*3)
Croce:
di Santiago, rossa bordata d’oro, con, caricata
nel cuore, la conchiglia d’argento di Compostela (la quale
è uno degli emblemi del Santo).
Mantello:
bianco
con la croce dell’Ordine.
Nastro:
giallo e bianco con
un palo centrale azzurro.
____________
Conchiglia
Alchemica - Da Compost + Stella: il Composto è
la materia lavorata contenuta nell'Uovo Filosofico, sulla
quale deve apparire la Stella Ermetica, ossia il segno
dell'Illuminazione spirituale che indica all'Alchimista che è
il momento di passare, dopo la "Nigredo" (fase al
Nero) all'Opera al Bianco ("Albedo"), che porterà
alla "Rubedo" (Opera al Rosso), cioè al
completamento della Grande Opera Philosofale. La Conchiglia
di San Giacomo di Compostella (prezioso scrigno che
racchiude la perlacea stella divina) dunque va a simboleggiare
l'Opera Iniziatica da compiersi nel cammino interiore
("peregrinare") verso la Luce (cfr. FULCANELLI, Le
Dimore Filosofali e I Misteri delle Cattedrali).
Conchiglia in
araldica - Sul “Dizionario
Araldico” del Conte Piero Guelfi Camajani, Direttore
dell’Istituto Genealogico Italiano di Firenze, Arnaldo Forni
Editore, ristampa anastatica della Edizione Milano, 1940,
Manuali Hoepli, è scritto: “CONCHIGLIA.
Simboleggia le Crociate e i pellegrinaggi in Terra Santa. Si
rappresenta concava che fa vedere, cioè la parte interna, e
convessa quando mostra il dorso.”
Va precisato che
in Araldica la Conchiglia è raffigurata in genere orecchiuta
e mostrante la parte convessa. Se non ha orecchie si dice
Conchiglia di San Michele. Se mostra la parte interna e ha le
due orecchie ai lati si dice Conchiglia di S. Giacomo di
Compostella, il Patrono dei Pellegrini.
Si ritiene che sia stata introdotta negli stemmi al
tempo delle Crociate.
La
conchiglia che costituisce il nostro emblema è la valva del Pecten
jacobaeus, cioè la particolare conchiglia ostentata dagli
inizi del Medio Evo dai devoti pellegrini al ritorno dal
Pellegrinaggio a Santiago de Compostela in Spagna (anche se in
realtà sulle coste atlantiche si ritrova il Pecten
maximus , molto simile al Pecten
jacobaeus che è invece caratteristico del Mediterraneo).
In natura il Pecten
jacobaeus presenta due valve, una convessa (o concava,
dipende come la si guarda) ed una piana; la valva convessa,
utilizzata dagli Pellegrini anche per mangiare e per bere, è
quella che da sempre costituisce il nostro emblema.
Circa
i colori della croce (smalti) di seguito la spiegazione
Araldica:
Rosso
Il
rosso è stimato da molti il colore più nobile del blasone; i
francesi però gli preferivano l’azzuro, come quello che
figurava nell’arma reale.
Il
rosso si contrassegna con tratteggi perpendicolari, ed il suo
segno planetario è. Esso rappresenta il fuoco fra gli
elementi, il rubino fra le pietre prezione; e simboleggia
amore di Dio e del prossimo, verecondia, spargimento di sangue
in guerra, desiderio di vendetta, audacia, valore, fortezza,
magnanimità, generosità, grandezza, nobiltà cospicua, e
dominio.
È
anche un ricordo dell’Oriente e delle spedizioni
d’oltremare, come pure dimostra giustizia, crudeltà e
collera.
Ignescunt
irae, disse Virgilio. Finalmente, siccome dagli antichi era
consacrato a Marte, significa slanci d’animo intrepido,
grandioso e forte. Gli Spagnoli chiamano il campo rosso
sangriento, ossia sanguinoso, perchè richiama alla memoria le
battaglie sostenute contro i Mori. Un nome analogo lo troviamo
in Germania nel blutige Fahne, vexillun, cruentum, campo tutto
rosso senza alcuna figura, che indica i diritti di regalia, e
si trova nell’armi di Prussia, d’Anhalt, ecc.
Il
rosso è com l’azzurro uno dei due colori più usati nel
blasone; ma più frequentemente si trova nelle armi di
famiglie borgognone, normanne, guascone, brettone, spagnole,
inglesi, italiane e polacche.
Nella
stagione cavalleresca il rosso nell’armi non si poteva
portare se non da chi ne otteneva il permesso dal Sovrano, o
da chi apparteneva a possenti e principesche famiglie; nè si
concedeva il rosso com l’oro ad altri che ai Principi, ai
Cavalieri e ai Nobili di antica estrazione.
Ma
queste leggi, che gli araldi studiavansi di far rispettare,
non furono mai considerate, e non v’há gerarchia nel rosso delle diverse arme
dei Nobili.
Nelle bandiere il rosso
rappresenta ardire e valore, e pare sai stato adottato in
principio dagli adoratori del fuoco. Presso i Romani uno
stendardo rosso inalberato sul Campidoglio annunziava la
guerra, justidium; spiegato sulla tenda pretoriale invitava i
soldati alla battaglia; presentato da un generale innanzi ad
una città assediata, significava che era mestieri prenderla
d’assalto. A Sparta i soldati, secondo le Leggi di Licurgo,
dovevano vestire di rosso; a Roma il rosso era il colore dei
Generali e dei Patrizi. A torto il Rey ed altri scrittori
hanno fatto del rosso il simbolo della crudeltà, della
carneficina e della morte. Benchè infantti la bandiera rossa
abbia spesso servito di segnale di rivolta e di strage,
sarebbe però ingiusto condannare per spirito di partito, come
fa il suddetto Rey, uno smalto blasonico che figura nella metà
delle arme della nobiltà europea. Nei tornei anzi significava allegrezza, e solo se era
molto cupo s’interpretava in senso di vendetta, di crudelta,
di sdegno, di fierezza; accompagnato com l’argento
simboleggiava la gioia, com l’azzurro il desiderio di
sapere, col nero fastidio e noia, col violetto amore
infiammato, con la porpora assoluta padronanza.
Nelle
livree il rosso era segno di Giurisdizione ed Alta Nobiltà.
I
Duchi di Borgogna, i Re di Spagna, e Re di Navarra, i delfini
del Viennese lo adottarono per loro colore particolore; in
Italia i Ghibellini lo presero come distintivo del partito
imperiale. Fu detto anche cinabro, ricco colore, gola,
vermiglio, rosea, rubino, marte; gli Inglesi quest’ultimo
nome gli attribuiscono se è posto nelle armi dei Sovrani o
dei Principi, mentre quello che compare nel blasone dei Nobili
lo chiamano rubino.
Il
rosso dei Francesi è detto gueules, dalle gole rosseggianti
degli animali, giusta l’avviso di le Feron e di Menage.
Altri fanno derivare quel vocabolo da cusculium,
col quale Plinio designa la cocciniglia. Ma l’opinione più
diffusa e accreditata è che sai una parola di origine
orientale, sai che richiami l’ebraico gulud, pelle rossa, o
sai che ricordi il ghul dei Persiani, voce che significa rosa
o rosso, come Ghulistan vuol dire Paese delle Rose. Il Du
Cange molto assennatamente giudica che gula si dicesse nella
bassa latinità una pelle tinta in rosso, e reca in appoggio
la lettera scritta da S. Bernardo all’Arcivescovo di Sens, com questi
termini: Horreanti et
murium rubricatas pelluculas, quas gulas vocant, manibus
circumdare sacratis.
Il
vocabolo gueules é antichissimo nel blasone francese, e si
trova nominato più volte nella descrizione in rime del Torneo
di Chauvency, scritta nel 1285 da G. Bretex
Argento
Uno dei due metalli
usati in araldica che si contrassegna nelle incisioni
lasciando in bianco il campo o la figura di questo smalto. É
dopo l’oro la tinta piú pregiata nel blasone, perche
rappresenta la luce e l’aria tra gli elementi, la luna tra
gli astri, la perla tra le geme, ed è simbolo della
concordia, della puritá. Della clemenza, della gentilezza e
della tranquillità d’animo. L’Alciato lo fa geroglifo di
sinceritá:
At siceri animi, et mentis stola
candida purae, Hinc Sindon sacris linea grata viris.
Sin
dai tempi piú antichi il bianco, che in araldica equivale
all’argento, há significato castitá, fede, integrità di
costumi; e per questo Cicerone dice che particolarmente
conviene a Dio;
Onde
i Sacerdoti antichi vestivano di bianco per denotare che gli
Dei amano le cose pure ed immacolate. Inoltre gli Egizi
usavano ravvolgere i corpi dei nobili defunti in lini bianchi;
per la qual cosa è emblema di nobiltá di natali, e di dignitá
per le bianche bende dei Re e le toghe dei candidati.
L’argento
serve anche a denotare l’eloquenza di un cittadino,
l’umiltà e la Santità di un Sacerdote, la Verginità di
corpo e di cuore, la temperanza, la veritá ed altre virtú
cristiane, come pure l’allegrezza e l’abilità.
Sembrerebbe
che com tanti significati l’argento debba produrre piú
confusione nell’araldista che non chiarezza; ma chi è
versato, diremo meglio, chi è abituato alle stranezze e alle
bizzarrie dell’arte araldica, scorgerà subito una
differenza tra tutte queste idee simboleggiate dall’argento,
a seconda dell’arme che lo portano.
Accompagnato
com gli altri colori può prendere speciali significati, come
l’argento col rosso è l’emblema dell’allegrezza,
coll’azzurro della vittoria, col verde della cortesia, com
la porpora della santità dei costumi, col verde dell’umiltà
e della temperanza, com l’oro dell’eloquenza. Se lo scudo è d’argento pieno è simbolo della pace, della
quiete d’animo, della vita ritirata e dell’amore placido e
felice.
Il
Capaccio parla di altri simboli che puó offrire il bianco (araldicamente
l’argento), come libertà perduta, a ragione della carta
bianca che il vinto cede al vincitore; povertà, perchè
Marziale chiamo motteggiando la veste di Attalo alba; perfetta
malizia e ipocrisia, per le parole del Nazareno e di S. Paolo sepolcri imbiancati, macigni imbiancati;
crudeltà perchè i Poeti finsero Medea com le mani ingessate;
dolore, perchè il bianco era il lutto delle vedove greche, e
simili altre sciocchezze, che volendo accettar tutte si
finirebbe col far rappresentare al bianco ogni vizio e ogni
virtú, e per conseguenza, nulla. Queste riportate dal
Capaccio non sono già veri simboli, ma metafore, usate da
qualche popolo o per qualche circostanza, e che non si
comprendono da tutte le nazioni; in una parola manca loro il
termine più necessario all’esistenza del simbolo, quello
cioè di essere universale. Sino daí tempi dei Romani
l’argento figurava come colore di divisa, e tutti conosco la
squadriglia alba del Circo, squadriglia che come le altre si
converti poi in fazione. Nei tornei succeduti al circo le
sciarpe e le divise d’argento erano portate da quei
cavalieri che volevano dimostrate la gelosia, la paura, la
passione amorosa; in seguito posero quel metallo sugli scudi
com le significazioni sudette che furono a noi riportate
fedelmente da Sicillo araldo, da Mènèstrier,
da Ginanni e da altri. Per chi comprende facilmente
qual rapporto d’idee e di paragoni esista fra il bianco e le
virtù più pure e perfette, l’innocenza, la clemenza, la
pace, la cortesia, la concordia che rappresenta, riuscirà
forse più arduo l’indovinare la relazione che passa fra
esso e l’idea di vittoria e di allegrezza. Ma che egli si
rammenti della bianca veste del Trionfatore romano, condotto
de quattro bianchi cavalli, e seguito da tutto l’esercito
biancovestito e daí prigionieri stretti d’argentei ceppi;
che egli si ricordi di Bacco e delle Baccanti rapppresentate
in bianchi lini, e vedrà ove l’araldica frugo i suoi
simboli, ove gli emblemi.
Lo
specchio, che presso gli antichi era d’argento, e che è il
geroglifico dell’abilità, há consigliato la
rappresentazione di quest’estratto alla Cavalleria del Medio
Evo, e l’Araldica l’ha fatta sua. E cosi via discorrendo.
Nella
stagione cavalleresca si chiamava luna l’argento che si
vedeva sulle armi dei sovrani, perla quello che figurava su
quelle dei gentiluomini, le quali denominazioni tutt’oggi si
conservano nel blasone inglese.
Dopo
la cacciata degli inglesi dalle bandiere rosse, l’argento fu
sempre il colore nazionale della Francia, e per conseguenza
dei Guelfi d’Italia, e dei Bianchi in particolar modo.
Presso i Pontefici e nella repubblica di Genova è stato
sempre molto considerato, come pure nella Spagna e nelle Due
Sicilie sotto i Borboni, nel Portogallo presso i re cristiani
di Gerusaleme. Nelle bandiere l’argento serve ad indicare la
ragione e la prudenza nel maneggiare le cose di guerra.
Col
sistema di Francquar il metallo di cui ci siamo ora occupati
era contraddistinto nelle incisioni e disegni mediante il
segno planetario della luna; col metodo delle cifre si
distingueva mediante un A (alba color, argento, argent).
________________
(*2)
Incas o Inca, titolo onorifico "figli del sole"
degli antichi sovrani amerindi di stirpe quechua
della regione di Cuzco (Perù), passato a indicare
collettivamente le popolazioni andine da questi sottomesse (quechua,
aymarà, kolla, ecc.).
Fondato
verso al metà del sec. XV da Pachacuti (1438-71) e dal figlio
Topa Yupanqui (1471-93), l’Impero Incas o Tahuantisuyu
raggiunse l’apogeo sotto Huayna Copac (1493-1527).
Gli
Incas furono assoggettati da Pizarro nel 1522, ma, dal 1563,
con Atahualpa, animarono ribellioni indie: l’ultima condotta
da Tupac Amaru, fu repressa nel 1571.
L’Impero
comprendeva un territorio lungo 4000 km, dalla Colombia
sud-occidentale, al Cile settentrionale.
La
Religione, Politeista, s’incentrava sul culto del Dio Sole (Inti)
e faceva capo al sovrano che sovrintendeva alla casta
sacerdotale, detentrice delle conoscenze tecniche, mediche ed
astronomiche.
Le
Città più importanti sono: Cuzco, Machu Picchu,
Ollantaytambo, Pisac; costruite su terrazze a diversi livelli
di altitudine.
Tiahuanaco,
una delle più misteriose e suggestive città, a 25 km dal
lago Titicaca, in ungigantesco palazzo c’è una sala lunga
45 piedi e larga 22 piedi, con un tetto costruito come quelli
del tempio del Sole di Cuzco; per gli indigeni è il tempio
consacrato a Viracocha, il creatore del mondo.
Secondo
la leggenda, è la città edificata dai Titani, gli stessi
che, disobbedienti, sarebbero stati cancellati dalla faccia
della terra dal Dio. Al Diluvio e ai Titani sembrano
rimandarci anche tante interpretazioni dal nome di questo
enigmatico centro, secondo Luis E. Valcarcel si dovrebbe
pensare al luogo dove si congiungono terre ed acque (dai
monosillabi TI= insieme, WA= Terra, NA= unione, CO= acqua);
Dalle
parole rivolte dell’Imperatore Atahualpa a Pizarro: ”Ecco
l’impronta lasciata dal sole quando prese lo slancio per
salire al cielo”.
La
cronologia ufficiale consegna una lista di 12 governanti,
finché nel 1532, con l'invasione spagnola, si rompe dando
fine alla dinastia.
I
re inca, cui nomi sono stati registrati per la storia, sono
stati in totale quatordici e la durata dell'impero raggiunge
circa cinquecento anni. La seguente è la lista dei re inca:
|
Manco
Cápac
Sinchi
Roca
Lloque Yupanqui
Mayta Cápac
Cápac
Yupanqui
Inca
Roca
Yahuar Huaca
Viracocha
Pachacútec
Inca Yupanqui
Túpac Inca Yupanqui
Huayna Cápac
Huáscar
Atahualpa
|

L'ascesa
al trono nell'anno 1438 dell'Inca Yupanqui (grande statista
nominato "Pachacuti" ovvero "colui che inizia
una nuova era") diede inizio all'espansione e
all'organizzazione del Tahuantinsuyu o impero "delle
quattro regioni", che corrisponde approssimativamente ai
quattro punti cardinali che si dipartono dalla capitale.
Quest'ultima fu chiamata Cuzco ("ombelico del
mondo") e si trasformò in una delle più grandi città
precolombiane d'America.
Pachacutec,
estese l'Impero a suoi massimi confini, coprendo quella che
oggi è la Repubblica del Perú e parte delle attuali
Repubbliche di Ecuador, Colombia, Bolivia, Cile e Argentina.
Unificò l'Impero a traverso l'adozione di una lingua unica:
il quechua e la costruzione di una imponente rete viale - i
cammini dell'Inca - che ressero possibile una rapida
comunicazione tra i principali punti dell'Impero. Organizzò
lo stato inca nell'economia, nella politica e nel campo
sociale in modo di creare un impero espansionista.
|
L'origine
dello stato e della dinastia Inca sono avvolti nel mistero e
nella leggenda. La loro storia ebbe inizio con un regno locale
originatosi per distacco dall'impero Huari. Gli inca furono
una carovana di emigranti che alla fine del XII secolo
fuggivano da Taipicala (Tiahuanaco) cercando rifugio, dato che
la loro terra d'origine era assalita e invasa da ondate umane
procedenti dal Sud (Tucumán e Coquimbo). Questi invasori
erano i chiamati Aymará.
Durante
il governo di Pachacutec il principe Inca Túpac Yupanqui
organizzò una spedizione marittima che arrivo fino alla
Polinesia, testimoniata da racconti raccolti dal cronista
Sarmiento de Gamboa e confirmati, secoli dopo, dalla
spedizione Kontiki del navigante scandinavo Thor Heyerdahl,
che salpò dal Perú nel 1947 con una imbarcazione simile
seguendo lo stesso percorso degli antichi peruviani.
Insieme
al figlio Tupac Inca Yupanki conquistò, tra il 1463 e il
1471, il regno Chimú e alcune zone della Sierra dell'Ecuador.
Dopo di lui, Tupac Inca Yupanqui (1471-1493) conquistò la
costa centromeridionale del Perú, il sud dell'Altopiano
Boliviano, il nordovest dell'Argentina il nord ef il centro
del Cile. Infine Huayna Capac (1493-1525) ampliò e consolidò
i domini inca nell'Ecuador, dove fondò una capitale
secondaria, Quito. Primogenito e successore legittimo di
Huayna Capae, Huascar, non fu però capace di conservare
l'unità dell'impero, e ben presto il suo fratellastro,
Atahualpa, si ribellò. Ebbe così inizio una cruenta guerra
civile, di cui approfittarono gli Spagnoli che, capeggiati da
Francisco Pizarro, fecero prigioniero nel 1532 Atahualpa, che
morì l'anno seguente. La fondazione di Lima, sulla costa
centrale, segnò la fine della potenza socio-politica inca;
ciononostante gli indigeni della Sierra e degli Altopiani
continuarono a vivere secondo l'antica tradizione.
Gli
Inca furono gli eredi di più di 3000 anni di sviluppo
tecnologico e culturale andino. La loro originalità si
manifestò soprattutto nel contesto dell'organizzazione
dell'impero (uno dei più grandi di tutta la storia) e nel
sistema fortemente gerarchizzato, che aveva come centro il
sovrano Inca, considerato figlio del Sole (la principale
divinità dello stato). Su tutto il territorio dell'impero si
sviluppò una fitta rete di strade, percorse dai famosi "chasquis"
(messaggeri imperiali), che trasportavano mercanzie o messaggi
urgenti. Sulle cime più alte delle montagne si officiavano
riti alle divinità del Cielo e della Fertilità.
Gli
Inca erano maestri nell'architettura monumentale, realizzata
con grandi blocchi di pietra assemblati perfettamente. Le
fortezze di Sacsayhuaman, presso Cuzco e le città di Machu
Picchu e Ollantaytambo ne costituiscono gli esempi più noti.
A questi vanno aggiunti i terrazzamenti e i pendii
opportunamente trattati per la coltivazione, i canali
d'irrigazione, i ponti sui fiumi più ricchi d'acqua, miniere
e luoghi per la lavorazione dei metalli, ecc..
Il
vecchio Inca (imperatore) Pachacutec, nominò suo figlio Tupac
Yupanqui come suo successore. In questa situazione, di
co-regnante, intraprese la conquista della sierra nord del Perú
(Cajamarca) e la regione di Cañar in Ecuador; dopo ritornò
lungo la costa, conquistando il poderoso Stato Chimú,
arrivando poi nella costa centrale (la nazione Ychma) alla
città di Pachacamac la più importante di questa regione.
Forse la conquista della nazione Ychma fu pacifica, una sorta
d'alleanza e vassallaggio. Tupac Yupanqui ordinò di costruire
a Pachacamac il Tempio del Sole piramide dedicata al controllo
politico ed economico del nuovo stato conquistato.
La
loro lingua fu il quechua considerata oggi, assieme allo
spagnolo, lingua ufficiale del Perú e la loro scrittura i
Quipus, un sistema di fili annodati che ancora oggi aspetta
essere decifrato.
Il
dio supremo degli Inca era Viracocha creatore e signore di
tutti gli essere viventi. Altri furono i dei, della creazione
e della vita, Pachacamac, del Sol, Inti (padre degli Inca), e
le dee della Luna, Mamaquilla, della Tierra Pachamama, e del
fulmine e la pioggia, Ilapa. Durante le cerimonie più
importanti, si sacrificavano animali vivi e raramente si
facevano sacrifici umani.
Azteca
o Mexica (Vedere anche il Calendario Azteca), furono un popolo
che dominò il centro e sud dell'Messico dal secolo XIV fino
il secolo XVI. Famosi per aver stabilito un vasto impero
altamente organizzato, vennero distrutti dagli spagnoli e i
loro alleati, i tlaxteca. Alcune versioni segnalano che il
nome azteca deriva dal luogo mitico, situato possibilmente a
nord dall'attuale città del Messico, chiamato Aztlán; più
tardi si autodenominarono mexica.
Dopo
la caduta della civilizzazione tolteca, che fiorì
principalmente a Tula fra i secoli X e XI, ondate di
immigrazioni inondarono la meseta centrale del Messico,
intorno al lago Texcoco. Data la loro tarda apparizione, gli
azteca-mexica furono obbligati ad occupare la zona pantanosa
situata ad ovest dal lago.
Alla
fine del regno di Moctezuma II (figlio di Ahuitzotl), nel
1520, si erano stabilite 38 province tributarie; nonostante,
alcuni popoli della periferia lottavano accanitamente pur di
mantenere la loro indipendenza. Queste divisione e conflitti
interni agevolarono la sconfitta del Impero Azteca da parte
degli spagnoli alleati con questi popoli. Moctezuma accolse
Cortè ei suoi pacificamente e gli diede i migliori palazzi,
facilitando così la caduta della città. È possibile che la
interpretazione degli antichi presagi sul ritorno del dio
Quetzalcóatl ("Il Serpente Piumato di Luce"), fece
confonderlo con Cortés. Gli spagnoli catturarono Moctezuma II,
che morì in prigionia, mentre il fratello e il nipote del re,
Cuitlahúac e Cuauhtémoc (Guatimozino), tentarono inutilmente
di organizzare un'estrema resistenza e venirono impiccati nel
1525.
(*3)
Il fanatismo religioso è una alterazione, una aberrazione
della coscienza religiosa. Il termine Fanatismo deriva da “fanum”,
il Sacello della Divinità, il luogo della Sua dimora. Il
fanatismo pretende di mettere le mani sul luogo della Divina
presenza e così possederlo. Noi, o perlomeno noi persone
tolleranti e giuste, al giorno d’oggi, giustamente
deprechiamo il fanatismo che strumentalizza la Fede Islamica.
Ma non dobbiamo dimenticare forme di fanatismo che hanno
strumentalizzato la Fede Cristiana. "Gott mit uns", era il motto nazista: “Dio è con noi”,
ripresa funesta del più antico e costantiniano In hoc signo
vinces. Vincere la battaglia grazie al segno della croce.
Fanatismo. Termine derivato da “fanatici”,
termine derivato dal latino fanatici, a sua volta derivato da
fanum, tempio. Presso i Romani designava i seguaci di Culti
Orgiastici di origine orientale, quali quelli di Madre Bellona
e della Gran Madre Cibele.Le loro cerimonie erano
caratterizzate da manifestazioni deliranti e frenetiche di
esaltazione religiosa, spesso culminanti con i Sacerdoti che
si ferivano con un’ascia bipenne (v.). Ne deriva il termine
fanatismo (v.).
Fanatismo:
Derivato da fanatici (v.), è un termine impiegato a partire
dal XVIII secolo a significare esasperata esaltazione
religiosa o politica, come pure eccessivo ed irrazionale
entusiasmo per un’idea, o cieca fiducia nella validità
delle proprie convinzioni, al di fuori dei limiti della
ragione umana. Secondo Voltaire, «il
Fanatismo sta alla superstizione come il delirio sta alla
febbre ed il furore alla collera. Colui che va in estasi, od
ha delle visioni, e scambia poi i suoi sogni per realtà,
oppure che considera le sue fantasie come profezie, è affetto
da entusiasmo. Chi invece sostiene questa sua fantasia con un
delitto è un succube del Fanatismo. Vi è un Fanatismo. a
sangue freddo, tipico di quei Giudici che condannano a morte
quanti si sono macchiati del solo delitto di pensarla
diversamente da loro. Tali Giudici sono colpevoli e degni
dell’esecrazione del genere umano in quanto, non essendo
preda di furore omicida, avrebbero dovuto e dovrebbero poter
ascoltare la voce della ragione». (Dizionario Filosofico,
Edizioni Mondadori, 1974).
Il
numero Tre
Di
seguito quale complemento alla Sacralità del Numero TRE in
occidente, informazioni sull’Esoterismo del TRE in Oriente.
Innanzitutto il numero TRE è il numero del Cielo (in cinese
“Tien/Tian”), il
simbolo del Buddha dei TRE tempi (“Dîpamkhara”
– sanscrito – “Jôkô-Butsu”
in giapponese,
per il passato, “Shâkyamuni” - sanscrito – “Shaka-Butsu”
in giapponese, per l’era presente e “Maitreya”
- sanscrito – “Miroku”
in giapponese per il futuro), dei TRE poteri
(“San- Cai”),
nozione basilare della Religiosità cinese. Cielo, Terra e
Uomo, rappresentate nel simbolo giapponese detto “mitsu
tomoe”, l’unione delle TRE energie in
rotazione universale, le
TRE dottrine classiche, Buddismo, Taoismo e Confucianesimo,
che molti cinesi
vedono come un’unica Dottrina (tant’è che dicono: “San
Chiao, I Chiao”, e cioè “Le
TRE Dottrine sono un’unica Dottrina”).
Il TRE è
particolarmente apprezzato dai cinesi, ma non solo da loro,
poiché in tutte le religioni troviamo tale numero a
simboleggiare la Trinità (quella Cristiana, Padre, Figlio e
Spirito Santo; quella induista, o “Trimurti”,
Brahma, Vishnu, Shiva; quella buddista, o “Triratna
- sanscrito; “Tiratana”
in pâli; “Kuntchog-Sum”
in tibetano; “Seng-Chiao”
in cinese- Buddha, Dharma e Samgha-, in giapponese “San-zon”;
Trinità pure nell’ambito Taoista, nella antica Religione
degli Egizi, con Osiride, Iside ed Horus, etc.) e
l’abbondanza, in quanto nel “Tao
Te-Ching” (“Il Libro della Via e della Virtù”), Testo Sacro della Religione
Taoista, la “Bibbia”
del Taoismo, è scritto:
“Dal Tao nasce l’uno, dall’uno nasce il due, dal due nasce il TRE e dal
TRE nascono tutte le cose.” E’ come se il TRE fosse il
numero massimo rappresentante l’Infinito.
TRE
sono pure i classici TRE frutti che si offrono in Cina agli
Spiriti dei defunti (“Shên”):
1)
il bergamotto;
2)
la pesca;
3)
il melograno,
a
simboleggiare rispettivamente maggiore fortuna, vita più
lunga e tanti figli (provate un po’ a contare i chicchi del
melograno…) quale migliore augurio per la prossima vita. Il
TRE, inoltre, è un po’ il numero perfetto dell’armonia
fra uomo, cielo e terra.
Durante
il feudalesimo cinese, vi erano minuziosi cerimoniali (“Chou-Li”,
“I-Li”, “Li-Chi”, dati da TRE opere classiche , appunto i “TRE
Li”, ove “Li” sta per “Cerimoniale/Etichetta”
(in giapponese “Ri”):
Li per i ricevimenti a corte, le ambasciate tra le varie
corti, per il modo di comportarsi con gli ospiti, con i
conoscenti, a casa, per la strada, nei giochi, a scuola, in
visita.
In
Cina i “TRE amici”
sono:
1)
il Divino Signore Buddha;
2)
il Filosofo Confucio;
3)
il Filosofo Lao-Tzu
simboleggiati
rispettivamente dal:
1)
bambù;
2)
pino;
3)
susino.
TRE sono pure i tesori Taoisti (“San-Pao”):
1)
mansuetudine;
2)
moderazione;
3)
rinuncia alla gloria terrena.
Realizzandoli si procede
verso il “Tao” (la “Via” –
divina-).
Nella
Cina feudale, l’elemento fondamentale dell’Esercito era
dato dal carro da guerra, montato da TRE Nobili.
La
Dea indiana Minakshi, che sarebbe appartenuta alla antica
Dinastia dei Pandya di Madurai, possedeva TRE mammelle, e ne
perdette una quando incontrò il Dio Shiva.
I
“peccati” dello
Shintoismo (“Tsumi”)
sono distinti in TRE categorie:
1)
azioni cattive/offese (“Ashiki-Waza”);
2)
contaminazioni (“Kegare”);
3)
calamità/punizioni celesti (“Wazahai”).
TRE sono le piante del
buon augurio in Giappone:
1)
bambù;
2)
pino;
3)
prugno/susino.
TRE
(“trictvara” in pâli) sono le vesti giallastre che distinguono il
Monaco Buddista.
TRE
erano le virtù che i Signori Feudali giapponesi (Dai-myô)
chiedevano ai loro Samurai:
1)
appartenere ad una buona famiglia;
2)
essere tanto un buon arciere quanto un buon cavaliere;
3)
avere un comportamento modesto.
(come
riferisce l’ “Azuma
Kagami”, 1180-1266).
Chi
era ammesso alla presenza dell’Imperatore cinese doveva
compiere TRE genuflessioni complete a terra, toccando TRE
volte il suolo con la testa. Ciò era detto “Kow-Tow/Kou-Tou”.
TRE
sono pure le tipologie di “Karma
(n)”:
1)
buono;
2)
cattivo;
3)
neutrale.
Il
TRE nel Confucianesimo rappresenta i TRE gruppi di
uomini:
1)
i “Perfetti/Nobili
”;
2)
gli “uomini
superiori”;
3)
gli “uomini
comuni”, cioè la massa del volgo.
Il
TRE ricorre altresì nell’ Induismo Shivaita. Infatti, il
“Tripundra”
(voce sanscrita), costituisce un tipico segno diriconoscimento
dei devoti del Dio Shiva: TRE linee orizzontali di colore
bianco o cenere.
TRE
sono i mondi (in giapponese “San-gai”;
in sanscrito “Tri-loka”)
per il Buddismo giapponese:
1)
il mondo del desiderio (giapponese: “Yokkai”,
in sanscrito “Kamaloka”);
2)
il mondo delle forme (giapponese: “Shiki-kai”,
in sanscrito “Rûpadhâtu”);
3)
il mondo senza forma (in giapponese: “Mushiki-kai”,
in sanscrito “Arûpadhâtu”)
e cioè il mondo passionale, il mondo sensuale ed il mondo
puro.
TRE
erano le zampe del fantastico animale detto “corvo
solare”, prima che fosse assimilato ad altri Signori
Celesti Taoisti. Le TRE zampe simboleggiavano:
1)
Cielo;
2)
Terra;
3)
Uomo.
TRE
sono le principali
suddivisioni giapponesi della Scuola/Setta buddista Zen
(Zen-Shu):
1)
Rinzai (1168);
2)
Sôtô/Sôdô (1223);
3)
Ôbaku (1650).
Sono
pure TRE le deità della buona sorte nel Taoismo. Queste sono
dette “San Hsing”,
cioè “TRE stelle”
e sono perennemente presenti nell’iconografia tradizionale
cinese. La prima, “Lu-Hsing”
(stella della dignità), viene raffigurata sotto forma di
cervo, la seconda, “Shou-Hsing” (stella della longevità), possiede un nodoso bastone,
simbolo d’immortalità, sottolineata pure dal fatto che ha
in mano il pesco dell’immortalità, la terza, “Fu-Hsing”
(stella della fortuna), rappresentata da un bimbo oppure da un
pipistrello, simbolo della fortuna, poiché il termine
pipistrello è omofono del termine “felicità”,
oltre che dei termini “padre”
e “paternità”.
TRE
sono pure le Divinità della Scuola Taoista della “Igiene
delle Divinità Interne”, che fiorì in Cina dal II al
VI secolo d.C.. Queste sono dette “San-I”
(ovvero i “TRE
dell’unità”), abitano i centri vitali della testa,
del cuore e del basso addome, ed hanno il compito di difendere
il corpo umano tanto dalle malattie, quanto dagli spiriti
maligni e demoniaci (Kwei).
Nello
sciamanesimo coreano (“Singyo”),
ampiamente diffusa è anche la litolatria;
le rocce e le pietre
possono essere oggetto di venerazione per TRE differenti
motivi:
1)
in quanto considerate sacre in sé per sé (ad
esempio a causa della loro forma);
2)
perché ritenute
dimore o simboli di un particolare “Kwisin” (dal
cinese “Kwei-Shên”),
Demoni o Dei o,
3)
perché considerate sacre a causa
delle loro relazioni con certi “Kwisin”
o in certi luoghi sacri.
TRE
sono pure i “TRE
Sovrani” (“San-Kuan” o “San-Wang”)
Taoisti, assisi sui Troni del Cielo, della Terra e
dell’Acqua. Il primo Sovrano, “T’ien-Kuan”,
ha il potere di arrecare fortuna e ricchezza materiale, il
secondo sovrano “Ti-Kuan”,
viene invocato affinchè perdoni i peccati ed il terzo ed
ultimo Sovrano assiste nel pericolo e nelle disgrazie. Il “pool”
formato dai TRE Sovrani,
ha funzione pure di “Magistratura”,
giudicando le azioni compiute sulla terra dagli uomini.
Si dice che Bodhidharma
(sanscrito; in cinese P’u Ti Ta Mo, in giapponese Daruma
oppure Bodai Daruma), il Fondatore del Buddhismo Ch’an/Zen,
fosse il figlio numero TRE (terzogenito) del Re Sughanda, Re
di un Regno detto dai giapponesi Kôshi, nell’India del Sud,
vicino a Madras.
TRE
sono le virtù del Buddha (in giapponese Buddha si dice Butsu,
contrazione di
“Butsu-da” oppure Hotoke):
1)
Dai-Jô (giapp.: “grande
concentrazione”);
2)
Dai-Chi (giapp.:
“grande conoscenza”);
3)
Dai-hi (giapp.: “grande
compassione”).
Diversi
avvenimenti accaduti nel corso della vita del Patriarca (Shônin)
Buddista Nichiren (Loto Solare), che nacque nel 1222 da una
povere famiglia di pescatori, già Samurai decaduti (Rônin),
sulla costa sud orientale del Giappone, furono legati al
numero TRE. Egli venne condannato, per la Sua intransigenza e
fanatismo, alla morte per decapitazione nel 1271. Mentre il
boia sollevava in alto la sciabola, un fulmine colpì la lama,
che si frantumò in TRE pezzi. Interpretato questo segno come
miracoloso, quale segno della collera divina, la pena fu
tramutata in esilio nell’isola di Sado, ove visse TRE anni.
Il
rito essenziale del matrimonio Shintô
(Scintoista) consisteva nello scambio, tra gli sposi, di TRE
coppe di sake,
il famoso vino di riso giapponese, da bere ciascuna in tre
sorsi.
Lo
scambio rituale delle coppe suddette, il “Sansankudo”,
che ancora al giorno d’oggi
è tipico di una cerimonia di nozze, è stato codificato dal
“Sangi Ittô Ô-Soshi”
(Regole di etichetta dei Samurai), un’opera del XIV secolo,
nella sua forma definitiva.
Cionondimeno
è probabile che tale pratica andasse a ratificare un costume
ben più antico.
In Cina è molto
popolare la seguente TRIADE di Buddha data da:
1)
P’u-Hsien (in sanscrito “Samantabhadra”);
2)
Shih-Chia-Mou-Ni-Fo (in sanscrito “Shakyamuni
Buddha”);
3)
Wên-Shu (in sanscrito “Manjushri”,
in giapponese “Man-Ju”
o “Mon-ju”).
Nel
Pantheon coreano abbiamo un’importante deità, “Chesok”
( eguale a “Shakra”)
il quale, come Dio della Felicità, è talvolta chiamato “Samsin”
(TRE Dei), o “Sam-Bul Chesok” (TRE Buddha Shakra). In tal caso è considerato
una fusione del Budda Shakyamuni (“Sokchon”),
Avalokiteshvara (“Kwanseum”)
e Ksitigarbha (“Chi-Jang”),
che governano rispettivamente il Cielo, la Vita presente e la
vita dopo la morte.
Uno dei princìpi
fondamentali su cui si fonda la Dottrina della Scuola/Setta
esoterica buddista giapponese “Shin-gon”
(in cinese “Chên-yen”
o “Mi-tsung”) è quello
dei TRE misteri (in giapponese “San-mitsu”
oppure “Sammitsu”;
in sanscrito “Trai-gunya”),
che elenco di seguito:
1)
tutto ciò che si vede nel mondo è una manifestazione
del corpo del Budda e costituisce il mistero del corpo del
Budda;
2)
tutti i suoni dell’universo sono il mistero delle
parole del Budda;
3)
tutte le forme di pensiero sono il mistero del pensiero
del Budda e cioè:
a)
mudrâ;
b)
mantra (m);
c)
concentrazione/meditazione.
Una
TRIADE è data dai seguenti TRE:
1)
Budda della Medicina (in sanscrito “Bhaisajya
Guru – Buddha –“ , in cinese
“Yao Shih Fo”,
in giapponese “Yakushi
Nyorai”) con i Suoi due attendenti,
2)
Shuryaprabha (in sanscrito; divinità solare, posta a
sinistra; in giapponese “Nikko
Bosatsu”);
3)
Chandraprabha (in sanscrito; divinità lunare, posta a
destra, in giapponese “Gakko
Bosatsu”).
Sant' Agostino da Tagaste,
Vescovo di Ippona e Dottore della Chiesa . 28 agosto - Tagaste
(Numidia), 13 novembre 354 – Ippona (Africa), 28 agosto
430. Educato nella Fede, ebbe una giovinezza dissipata
finché non lesse l'Ortensio di Cicerone che lo riaccostò alla vita dello Spirito. Fu
attratto dal Manicheismo ma l'incontro con Sant'Ambrogio,
da cui fu battezzato, lo riportò alla Fede. Tornato
penitente in Africa dopo la morte della madre, fu ordinato
Sacerdote e Vescovo di Ippona. Filosofo, Teologo, Mistico,
Oratore e sommo polemista (parte della sua vita fu
dedicata alla lotta contro l'eresie), a lui si deve la
prima sintesi tra Filosofia e Fede, che dimostra come sia
possibile un perfetto accordo tra la città terrena e la
città celeste. In un mondo come quello attuale, in cui la
città terrena sembra essere in contrasto con quella
celeste, il suo messaggio è ancora un monito e una
speranza per l'umanità.
Patronato:Teologi, Stampatori
Etimologia: Agostino = piccolo
venerabile, dal latino
Emblema: Bastone pastorale, Libro, Cuore
di fuoco
Agostino è uno degli autori di testi
teologici, mistici, filosofici, esegetici, ancora oggi
molto studiato e citato;
egli è uno dei Dottori della Chiesa come ponte fra
l’Africa e l’Europa; il suo libro le “Confessioni”
è ancora oggi ricercato, ristampato, letto e meditato.
“Tardi ti ho
amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho
amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e
là ti cercavo…. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di
te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire
la tua pace”; così scrive Agostino Aurelio nelle
“Confessioni”,
perché la sua vita fu proprio così in due fasi: prima l’ansia inquieta di chi, cercando la strada, commette molti
errori; poi imbroccata la via, sente il desiderio ardente
di arrivare alla meta per abbracciare l’amato. Agostino
Aurelio nacque a Tagaste nella Numidia in Africa il 13
novembre 354 da una famiglia di classe media, di piccoli
proprietari terrieri, il padre Patrizio era Pagano, mentre
la madre Monica, che aveva avuto tre figli, dei quali
Agostino era il primogenito, era invece Cristiana; fu lei
a dargli un’educazione religiosa ma senza battezzarlo,
come si usava allora, volendo attendere l’età matura.
Ebbe un’infanzia molto vivace, ma non certamente piena
di peccati, come farebbe pensare una sua frase scritta
nelle “Confessioni”
dove si dichiara gran peccatore fin da piccolo. I peccati
veri cominciarono più tardi; dopo i primi studi a Tagaste
e poi nella vicina Madaura, si recò a Cartagine nel 371,
con l’aiuto di un facoltoso Signore del luogo di nome
Romaniano; Agostino aveva 16 anni e viveva la sua
adolescenza in modo molto vivace ed esuberante e mentre
frequentava la scuola di un Retore, cominciò a convivere
con una ragazza cartaginese, che gli diede nel 372,
anche un figlio, Adeodato. Questa relazione sembra
che sia durata 14 anni, quando nacque inaspettato il
figlio; Agostino fu costretto, come si suol dire, a darsi
una regolata, riportando la sua condotta inconcludente e
dispersiva, su una più retta strada, ed a concentrarsi
negli studi, per i quali si trovava a Cartagine. Le
lagrime della madre Monica, cominciavano ad avere un
effetto positivo; fu in quegli anni che maturò la sua
prima vocazione di filosofo, grazie alla lettura di un
libro di Cicerone, l’”Ortensio”
che l’aveva particolarmente colpito, perché l’autore
latino affermava, come soltanto la filosofia aiutasse la
volontà ad allontanarsi dal male e ad esercitare la virtù.
Purtroppo la lettura della Sacra Scrittura non diceva
niente alla sua mente razionalistica e la Religione
professata dalla madre gli sembrava ora “una
superstizione puerile”, quindi cercò la Verità nel
Manicheismo. Il Manicheismo era una Religione Orientale
fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi
del Cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo
principio fondamentale era il dualismo, cioè
l’opposizione continua di due principi egualmente
divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e
anche l’animo dell’uomo. Ultimati gli studi, tornò
nel 374 a Tagaste, dove con l’aiuto del suo benefattore
Romaniano, aprì una Scuola di Grammatica e Retorica, e fu
anche ospitato nella sua casa con tutta la famiglia, perché
la madre Monica aveva preferito separarsi da Agostino, non
condividendo le sue scelte religiose; solo più tardi lo
riammise nella sua casa, avendo avuto un sogno
premonitore, sul suo ritorno alla Fede Cristiana.
Dopo due anni nel 376, decise di lasciare il piccolo paese
di Tagaste e ritornare a Cartagine e sempre con l’aiuto
dell’amico Romaniano, che egli aveva convertito al
Manicheismo, aprì anche qui una Scuola, dove insegnò per
sette anni, purtroppo con alunni poco disciplinati.
Agostino però tra i Manichei non trovò mai la risposta
certa al suo desiderio di Verità e dopo un incontro con
un loro Vescovo, Fausto, avvenuto nel 382 a Cartagine, che
avrebbe dovuto fugare ogni dubbio, ne uscì non convinto e
quindi prese ad allontanarsi dal Manicheismo. Desideroso
di nuove esperienze e stanco dell’indisciplina degli
alunni cartaginesi, Agostino resistendo alle preghiere
dell’amata madre, che voleva trattenerlo in Africa,
decise di trasferirsi a Roma, capitale dell’Impero, con
tutta la famiglia. A Roma, con l’aiuto dei Manichei, aprì
una Scuola, ma non fu a suo agio, gli studenti romani,
furbescamente, dopo aver ascoltate con attenzione le sue
lezioni, sparivano al momento di pagare il pattuito
compenso. Subì una malattia gravissima che lo condusse
quasi alla morte, nel contempo poté constatare che i
Manichei romani, se in pubblico ostentavano una condotta
irreprensibile e casta, nel privato vivevano da dissoluti;
disgustato se ne allontanò per sempre. Nel 384 riuscì ad
ottenere, con l’appoggio del Prefetto di Roma, Quinto
Aurelio Simmaco, la Cattedra vacante di retorica a Milano,
dove si trasferì, raggiunto nel 385, inaspettatamente
dalla madre Monica, la quale conscia del travaglio
interiore del figlio, gli fu accanto con la preghiera e
con le lagrime, senza imporgli nulla, ma bensì come un
Angelo Protettore. E
Milano fu la tappa decisiva della sua conversazione; qui
ebbe l’opportunità di ascoltare i sermoni di s.
Ambrogio che teneva regolarmente in cattedrale, ma se le
sue parole si scolpivano nel cuore di Agostino, fu la
frequentazione con un anziano sacerdote, san Simpliciano,
che aveva preparato S. Ambrogio all’episcopato, a dargli
l’ispirazione giusta; il
quale con fine intuito lo indirizzò a leggere i
neoplatonici, perché i loro scritti suggerivano “in
tutti i modi l’idea di Dio e del suo Verbo”.
Un successivo incontro con s. Ambrogio, procuratogli dalla
madre, segnò un altro passo verso il Battesimo;
fu convinto da Monica a seguire il consiglio
dell’Apostolo Paolo, sulla castità perfetta, che lo
convinse pure a lasciare la moglie, la quale secondo la
Legge romana, essendo di classe inferiore, era
praticamente una concubina, rimandandola in Africa e
tenendo presso di sé il figlio Adeodato (ci riesce
difficile ai nostri tempi comprendere questi
atteggiamenti, così usuali per allora). A casa di un
amico Ponticiano, questi gli aveva parlato della vita
casta dei monaci e di s. Antonio abate, dandogli anche il
libro delle Lettere di S. Paolo; ritornato a casa sua,
Agostino disorientato si appartò nel giardino, dando
sfogo ad un pianto angosciato e mentre piangeva, avvertì
una voce che gli diceva ”Tolle,
lege, tolle, lege” (prendi e leggi), per cui aprì a
caso il Libro delle Lettere di S. Paolo e lesse un brano:
“Comportiamoci
onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a
gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze,
non in contese e gelosie. Rivestitevi del Signore Gesù
Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri”
(Rom. 13, 13-14).
Dopo qualche settimana ancora d’insegnamento di
retorica, Agostino lasciò tutto, ritirandosi insieme alla
madre, il figlio ed alcuni amici, ad una trentina di km. da
Milano, a Cassiciaco, in meditazione e in conversazioni
filosofiche e spirituali; volle sempre presente la madre,
perché partecipasse con le sue parole sapienti.
Nella Quaresima del 386 ritornarono a Milano per una
preparazione specifica al Battesimo, che Agostino, il
figlio Adeodato e l’amico Alipio ricevettero nella notte
del sabato santo, dalle mani di s. Ambrogio.
Intenzionato a creare una Comunità di Monaci in Africa,
decise di ritornare nella sua patria e nell’attesa della
nave, la madre Monica improvvisamente si ammalò di una
febbre maligna (forse malaria) e il 27 agosto del 387 morì
a 56 anni. Il suo corpo trasferito a Roma si venera nella
Chiesa di S. Agostino, essa è considerata il modello e la
Patrona delle Madri Cristiane. Dopo qualche mese trascorso
a Roma per approfondire la sua conoscenza sui Monasteri e
le Tradizioni della Chiesa, nel 388 ritornò a Tagaste,
dove vendette i suoi pochi beni, distribuendone il
ricavato ai poveri e ritiratosi con alcuni amici e
discepoli, fondò una piccola comunità, dove i beni erano
in comune proprietà.
Ma dopo un po’ l’affollarsi continuo dei concittadini,
per chiedere consigli ed aiuti, disturbava il dovuto
raccoglimento, fu necessario trovare un altro posto e
Agostino lo cercò presso Ippona.
Trovatosi per caso nella Basilica locale, in cui il
Vescovo Valerio, stava proponendo ai fedeli di consacrare
un Sacerdote che potesse aiutarlo, specie nella
predicazione; accortasi della sua presenza, i fedeli
presero a gridare: “Agostino
prete!” allora si dava molto valore alla volontà
del popolo, considerata volontà di Dio e nonostante che
cercasse di rifiutare, perché non era questa la strada
voluta, Agostino fu costretto ad accettare. La Città di
Ippona ci guadagnò molto, la sua opera fu fecondissima,
per prima cosa chiese al Vescovo di trasferire il suo
Monastero ad Ippona, per continuare la sua scelta di vita,
che in seguito divenne un seminario fonte di Preti e
Vescovi africani. L’iniziativa agostiniana gettava le
basi del rinnovamento dei costumi del clero, egli pensava:
“Il sacerdozio è
cosa tanto grande che appena un buon monaco, può darci un
buon chierico”. Scrisse anche una Regola, che poi
nel IX secolo venne adottata dalla Comunità dei Canonici
Regolari o Agostiniani.
Il Vescovo Valerio nel timore che Agostino venisse
spostato in altra sede, convinse il popolo e il primate
della Numidia, Megalio di Calama, a consacrarlo Vescovo
coadiutore di Ippona; nel 397 morto Valerio, egli gli
successe come titolare.
Dovette lasciare il Monastero e intraprendere la sua
intensa attività di Pastore di anime, che svolse
egregiamente, tanto che la sua fama di Vescovo illuminato
si diffuse in tutte le Chiese Africane.
Nel contempo scriveva le sue opere che abbracciano tutto
il sapere ideologico e sono numerose, vanno dalle
filosofiche alle apologetiche, dalle dogmatiche alle
morali e pastorali, dalle bibliche alle polemiche. Queste
ultime riflettono l’intensa e ardente battaglia che
Agostino intraprese contro le eresie che funestavano
l’unità della Chiesa in quei tempi: Il Manicheismo che
conosceva bene, il Donatismo sorto ad opera del Vescovo
Donato e il Pelagianesimo propugnato dal Monaco bretone
Pelagio. Egli fu Maestro indiscusso nel confutare queste
eresie e i vari movimenti che ad esse si rifacevano; i
suoi interventi non solo illuminarono i Pastori di Anime
dell’epoca, ma determinarono anche per il futuro,
l’orientamento della teologia cattolica in questo campo.
La sua Dottrina e Teologia è così vasta che pur volendo
solo accennarla, occorrerebbe il doppio dello spazio
concesso a questa scheda, per forza sintetica; il suo
pensiero per millenni ormai è oggetto di studio per la
formazione cristiana, le tante sue opere, dalle “Confessioni”
fino alla “Città
di Dio”, gli hanno meritato il titolo di Dottore
della Chiesa. Nel 429 si ammalò gravemente, mentre Ippona
era assediata da tre mesi dai Vandali comandati da
Genserico (†
477), dopo che avevano portato morte e distruzione
dovunque; il Santo Vescovo ebbe l’impressione della
prossima fine del mondo; morì il 28 agosto del 430 a 76
anni. Il suo corpo sottratto ai Vandali durante
l’incendio e distruzione di Ippona, venne trasportato
poi a Cagliari dal Vescovo Fulgenzio di Ruspe, verso il
508-517 ca., insieme alle reliquie di altri Vescovi
africani. Verso il 725 il suo corpo fu di nuovo traslato a
Pavia, nella Chiesa di S. Pietro in Ciel d’Oro, non
lontano dai luoghi della sua conversione, ad opera del pio
Re longobardo Liutprando († 744),
che l’aveva riscattato dai saraceni della
Sardegna. (cit. Antonio Borrelli).
San Giacomo il Maggiore Apostolo.
25 luglio – Festa. Martire a Gerusalemme nel 42 d.C.
Nato a Betsaida, era fratello di Giovanni
Evangelista e figlio di Zebedeo e di Salome. Seguì Gesù
fin dall'inizio della sua predicazione e, vittima di una
prima persecuzione giudaica dopo la Pentecoste per cui fu
imprigionato e flagellato, morì nel 42 d.C. durante la
persecuzione di Erode Agrippa.. Secondo una tradizione non
anteriore al VI secolo, Giacomo fu il primo
evangelizzatore della Spagna, dove fu sepolto a Compostela.
Il Sepolcro contenente le sue spoglie, traslate da
Gerusalemme dopo il Martirio, sarebbe stato scoperto al
tempo di Carlomagno, nel 814. La Tomba divenne meta di
grandi pellegrinaggi medioevali, tanto che luogo prese il
nome di Santiago (da Sancti
Jacobi, in spagnolo Sant-Yago)
e nel 1075 fu iniziata la costruzione della grandiosa
Basilica.
Patronato:Pellegrini, Cavalieri, Soldati,
Malattie reumatiche
Etimologia: Giacomo = che segue Dio,
dall'ebraico
Emblema: Cappello da Pellegrino,
Conchiglia, Stendardo
E’ detto “Maggiore” per distinguerlo dall’Apostolo omonimo, Giacomo di
Alfeo. Lui e suo fratello Giovanni sono figli di Zebedeo,
pescatore in Betsaida, sul lago di Tiberiade. Chiamati da
Gesù (che ha già con sé i fratelli Simone e Andrea)
anch’essi lo seguono (Matteo cap. 4). Nasce poi il
Collegio Apostolico: "(Gesù) ne
costituì Dodici che stessero con lui: (...) Simone, al
quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo di Zebedeo e
Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di
Boanerghes, cioè figli del tuono" (Marco cap.
3). Con Pietro saranno Testimoni della Trasfigurazione,
della risurrezione della figlia di Giairo e della notte al
Getsemani. Conosciamo anche la loro madre Salome, tra le
cui virtù non sovrabbonda il tatto. Chiede infatti a Gesù
posti speciali nel Suo Regno per i figli,
che si dicono pronti a bere il calice che egli berrà.
Così, ecco l’incidente: "Gli
altri dieci, udito questo, si sdegnarono". E Gesù
spiega che il Figlio dell’uomo "è
venuto non per essere servito, ma per servire e dare la
Sua vita in riscatto per molti" (Matteo cap.
20).E Giacomo berrà quel calice: è il primo Apostolo
Martire, nella primavera dell’anno 42.
"Il Re
Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa
e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni"
(Atti cap. 12). Questo Erode è Agrippa I, a cui suo nonno
Erode il Grande ha fatto uccidere il padre (e anche la
nonna). A Roma è poi compagno di baldorie del giovane
Caligola, che nel 37 sale al Trono e lo manda in Palestina
come Re. Un Re detestato, perché straniero e corrotto,
che cerca popolarità colpendo i Cristiani. L’ultima
notizia del Nuovo Testamento su Giacomo il Maggiore è
appunto questa: il suo Martirio. Secoli dopo, nascono su
di lui tradizioni e leggende. Si dice che avrebbe
predicato il Vangelo in Spagna. Quando poi quel Paese cade
in mano araba (sec. IX), si afferma che il corpo di San
Giacomo (Santiago, in spagnolo) è stato prodigiosamente
portato nel nord-ovest spagnolo e seppellito nel luogo poi
notissimo come Santiago de Compostela.
Nell’angoscia dell’occupazione, Gli si tributa un
Culto fiducioso e appassionato, facendo di lui il sostegno
degli oppressi e addirittura un combattente invincibile,
ben lontano dal Giacomo Evangelico (a volte lo si mescola
all’altro apostolo, Giacomo di Alfeo). La Fede nella Sua
Protezione è uno stimolo enorme in quelle prove
durissime. E tutto questo ha un riverbero sull’Europa
Cristiana, che già nel X secolo inizia i Pellegrinaggi a
Compostela. Ciò che attrae non sono le antiche,
incontrollabili Tradizioni sul Santo in Spagna, ma
l’appassionata realtà di quella Fede, di quella
speranza tra il pianto, di cui il luogo resta da allora
affascinante simbolo. Nel 1989 hanno fatto il “Cammino
di Compostela” Giovanni Paolo II e migliaia di
giovani da tutto il mondo.
(cit. Domenico Agasso su “Famiglia
Cristiana”).
La Galizia, regione nord-occidentale della Spagna, vive sull'Oceano e
dall'Oceano trae le sue risorse.
Dal clima mite, con estati fresche ed inverni con
temperature che non scendono mai al di sotto dello zero,
ha abbondanti piogge accompagnate a forti venti, data la
posizione geografica, che rendono il paesaggio simile a
quello dell'Irlanda o della Cornovaglia. D’altronde
erano zone popolate dai Celti e tutt’oggi ci si ritrova
una varietà di Cornamusa. E' la zona che esprime il
passaggio dal clima mediterraneo a quello atlantico, con
boschi di quercia, sughereti, oliveti, roveri, castagni e
betulle su un territorio prevalentemente collinare e
montuoso che termina con coste frastagliate e alte
scogliere direttamente sull'Oceano. Abitata, in tempi
remoti, da popoli mitici e misteriosi che hanno
testimoniato i loro insediamenti attraverso megaliti ed
incisioni rupestri, la Galizia ha rappresentato, per il
mondo antico e romano, la vera "Finis Terrae", ovvero "il luogo dove il sole affonda nel mare e si ha la sensazione di
trovarsi alla fine del mondo". Gli appartiene,
infatti, Finisterre, l'estremità occidentale del
continente europeo, estremo lembo di questa regione
spagnola, con le sue coste frastagliate e schiaffeggiate
dalle onde. Capitale della Galizia è
Santiago de Compostela, dichiarata dall'Unesco, nel 1994, "Città
patrimonio dell'Umanità".
Compostella
è una città (89.000 ab.) della Spagna, nella provincia
di la Coruña, Capoluogo della Galizia, a 264 m tra le
valli dei fiumi Tambre e Ulla. Mercato agricolo con
industrie alimentari, meccaniche, farmaceutiche,
calzaturiere, della carta e del legno. Aeroporto.
Università (1520). Famoso centro religioso, sede di
importanti monumenti artistici, è frequentata meta
turistica e di pellegrinaggi.
Qui vennero ritrovati, grazie alle indicazioni
dell'Eremita e Pastore Pelayo al Vescovo Teodomiro, i
resti dell'Apostolo San Giacomo, evento che determinò lo sviluppo della città
sia come luogo di Culto che come meta di pellegrinaggio.
Queste le origini del Pellegrinaggio. Da quando,
all’inizio del IX secolo, si è diffusa la notizia della
scoperta della tomba di Giacomo il Maggiore in Galizia,
non si è mai interrotta la peregrinazione ad essa.
Ricostruiamo un attimo la storia, la tradizione e la
leggenda di Santiago de Compostela. Si narra che
l’apostolo Giacomo, compiuta la vita terrena di Gesù,
si dedicasse all’evangelizzazione della penisola
Iberica, arrivando dall’Andalusia fino alla remota,
celtica Galizia. Ritornando in Palestina muore martire. I
suoi discepoli, Teodoro e Anastasio, ne rubano il corpo,
lo trasportano su una barca nuovamente in Galizia per poi
seppellirlo nel bosco ”Liberum
Donum” presso il quale erigono un altare. Passano i
secoli, durante i quali, la tomba viene dimenticata e se
ne perdono le tracce. Intorno all’anno 813, nella remota
Galizia l’Eremita e Pastore Pelayo comincia a vedere
ogni notte, sul monte Libradon, delle misteriose luci sul
tumulo di un campo (da questo deriva il nome Compostela, Campus
Stellae). Gli appare quindi in sogno l’Apostolo
Giacomo che lo invita a scavare lì per riportare alla
luce il suo sepolcro. Si grida al miracolo e si annuncia
la scoperta della Tomba di San Giacomo. Il Re della
Galizia Alfonso III El Castro, informa della scoperta il
Papa Leone III, Carlo Magno e i personaggi famosi
dell’epoca, e fa erigere una prima chiesa sopra il
Sepolcro, intorno alla quale si sviluppa un piccolo borgo.
Sono gli albori di Santiago de Compostela, la terza Città
Santa della Cristianità dopo Gerusalemme e Roma. Inizia
così il pellegrinaggio da tutte le città cristiane
d’Europa che porta numerose folle alla Tomba
dell’Apostolo.
Sacro. Concetto fondamentale nella Storia delle Religioni,
indefinibile al di fuori della relazione con il suo
opposto: il
profano. Una fenomenologia del S. ne mette in evidenza le
diverse forme di realizzazione storica, il cui carattere
comune è la possibilità di essere inerente alle cose più
varie: luoghi (templi, santuari naturali), periodi di
tempo (festività contrapposte ai giorni comuni, cicli
cultuali), azioni (riti, cerimonie), testi pronunciati,
tramandati, scritti (miti, preghiere, formule, narrazioni
sacre), persone (Re Divino, Sacerdoti, Monaci), oggetti
(feticci, oggetti sacri. Il Sacro richiede comunque un
comportamento umano particolare, cioè diverso da quello
messo in atto di fronte a realtà dello stesso tipo ma non
investite da sacralità, come la presenza in un luogo a
piedi nudi, a capo scoperto, ecc.).
Queste norme nascono dalla convinzione che la
sacralità conferisca particolari poteri alle cose ed alle
persone in cui ha sede; tali poteri possono assumere forma
impersonale (mana),
oppure possono originariamente essere in una persona
(divinità) che le trasmette alle cose. Il potere del
Sacro può avere significato positivo o negativo. Nei
luoghi Sacri si possono ottenere particolari benefici, ma
se il comportamento richiesto viene violato, accadono
conseguenze deleterie, com’è testimoniato dalle credenze
nell’infrazione del Tabù
(voce polinesiana. Presso certi popoli primitivi,
interdizione, divieto sacrale per il quale certe persone,
certi oggetti vengono considerati intoccabili, certe
azioni non eseguibili, certe parole non pronunciabili).
Tale ambiguità è presente anche nell’etimologia del
termine Sacro. Servio, commentando l’espressione
virgiliana auri sacra fames, parla del Sacro come contaminazione ed orrido per
eccellenza, ma anche come purezza e positività
rasserenante. Così il greco agioz
ha il doppio significato di Sacro e contaminato. La
Sacralità è solitamente legata alla presenza di qualità
eccezionali od eminenti (monti, boschi, fiumi, come
elementi caratterizzanti di un ambiente, momenti
significativi nel ciclo delle stagioni o nell’economia
del lavoro, persone con posizione sociale dominante). In
campo filosofico, in opposizione a profano, Sacro è ciò
che è separato, riservato ad un essere superiore, come la
Divinità. Il Sacro indica la caratteristica essenziale
del Divino, la trascendenza.
Le persone o le cose che vengono che vengono messe a
disposizione del Culto, finiscono per assumere la stessa
sacralità e separatezza di Dio. Alla trascendenza è
legato anche il senso del mistero, che costituisce
l’altra caratteristica del Sacro Secondo R. Otto, che ha
dedicato al Sacro un’opera fondamentale (Das
Heilige, Il Sacro, 1917), si tratta di un mistero fascinoso e tremendo. Il duplice sentimento di attrazione e
repulsione che accompagna il senso del Sacro, si spiega con il carattere della garanzia soprannaturale
offerta dalla religione, che è sempre positiva e
negativa. Ovvero il
Sacro si specifica in ciò che è Santo e ciò che è
sacrilego, prescritto o proibito dalla Divinità. La
concezione irrazionalistica del Sacro che traspare in
Otto, e prima di lui in Schleiermacher, è estranea alla
concezione della trascendenza quale è presente, per
esempio, nel Tomismo
(corrente di pensiero determinata dal complesso delle
Dottrine Filosofiche e Teologiche di San Tommaso d’Aquino,
autore di una profonda rielaborazione del Pensiero
Aristotelico in senso Cristiano. Il termine
etimologicamente deriva dal latino medievale Thomas,
cioè Tommaso).
Al Sacro si lega qui anche l’idea della perfezione
morale, ossia del santo,
attributo di Dio, cioè colui che è al di sopra di ogni
possibile corruzione.
Nome giapponese di quel che Noi rendiamo Scintoismo oppure
“Shintoismo”
(secondo una grafia anglosassone) . Dal nipponico "Shin-tô" (la "Via
degli Dei", secondo la pronuncia “on”, che si
può pure pronunciare, alla maniera "Kun",
come "Kami no
Michi") con l'aggiunta del suffisso "ismo".
Soltanto nel VI secolo dell’Era Cristiana,
all'epoca nella quale il Giappone entra nella storia e si
inizia alla scrittura grazie alla sapiente Cina,
faro culturale dell’Estremo Oriente (come la
Grecia per la Nostra Civiltà) l'antica “religio”,
originaria del Giappone, ricevette la denominazione
cino-giapponese (“on”)
di “Shin-tô”,
che in giapponese puro (“kun”)
si diceva come innanzidetto “Kami
no michi” (strada/Via degli Dei), per distinguersi
dal Buddismo che si chiamava “Butsu-dô” oppure “Bukkyô”
(strada/Via di Budda), introdotto per l’appunto
all’epoca del 29°Imperatore, Kimmei (540 – 571). La
Religione autoctona del
Giappone. Parte integrante della cultura
giapponese, pre-esistente al Buddismo, che venne
introdotto in Giappone attorno alla metà del VI secolo
d.C., originariamente lo Scintoismo si presenta come un
politeismo naturalistico. Il nome appare per la prima
volta nel "Nihon-Gi", che fu probabilmente scritto nel 720 d.C. E’
praticamente impossibile compiere una stima dei fedeli, in
quanto la maggior parte dei giapponesi si considerano oggi
senza alcun problema, sia devoti dello Scintoismo sia,
contemporaneamente, buddisti o appartenenti ad altre
Religioni. Lo Scintoismo odierno ufficialmente conta circa
22.000 Sacerdoti
officianti negli 80.000 Templi ed oltre 145 Scuole, molte
delle quali riconosciute dallo Stato. Il
Sacerdote Supremo
di questa
Religione è l’Imperatore.
Lo Shintô, che non riconosce un Dio supremo, è un culto
politeistico della natura e degli antenati. Già
all'origine della Religione giapponese, s'incontrano un
gran numero di divinità della natura a cui si aggiungono,
in epoca più tarda, le divinità terrestri, locali e
familiari. Si
parla di un numero di divinità che va da 80 a 800 mila;
da ciò deriva la definizione del Giappone Shinkoku
che vuol dire per
l’appunto «Paese
degli Dei». Le Divinità si definiscono col nome di
Kami che significa «il
superiore, il più alto», tradotto in cinese con il
simbolo «shên»
(essere spirituale, divino, soprannaturale). Anche i
defunti della famiglia, ed in particolare gli antenati,
sono considerati esseri superiori, pure se un gradino al
di sotto degli antichi Dei e degli Antenati Imperiali.

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