Logìa del Crimine

                  Interpretazione della Criminalità

                   L'uomo in disordine e la metafisica giuridica del delinquere

                           del prof. Antonio Tiberio di Dobrynia 

                      Aggregate Professor of Law alla Senior University International (Canada - USA)                               Doctor of Criminology e Derecho Canonico della Foundaciòn Nueva Andalucìa (Colombia)


L’uomo è un robot. Ha una personalità “meccanica”. Quasi nulla di ciò che fa gli appartiene come cosa sua propria, da lui liberamente voluta.

   Tutto gli “accade” incoscientemente. I suoi pensieri, le sue emozioni, le sue azioni, gli accadono impersonalmente: non sempre esse sono ciò che egli ha effettivamente voluto; quasi sempre egli reagisce agli stimoli esterni senza avere piena coscienza dei suoi atti che accadono anche malgrado se stesso, nonostante se stesso.

   Come un automa egli “vive” in un dormiveglia esistenziale, e nulla di sé sa e in null’altro crede se non nelle superstizioni della sua “cultura” meccanica! L’orgoglio della macchina lo illude di non essere tale, e lo inganna. Ma è proprio nel riconoscersi robot che l’uomo ordinario può notare i suoi limiti e, se lo vuole, superarli: riconoscendosi in una superiore dignità interiore e divina non più pietrificata, ma viva.

   L’uomo, disse J. De Maistre, “non sa ciò che vuole, vuole ciò che non vuole, non vuole ciò che vuole: vorrebbe volere. Egli vede in sé qualcosa che non è lui e che è più forte di lui” (Le serate si S. Pietroburgo). Svegliarsi dal meccanicismo arimanico: solo allora l’uomo potrà dirsi persona. E la persona è un còmpito, un interno stato organico.

   Il delinquente, invece, è un robot sui generis. L’aggressività criminale nasce dalla privazione. Fu idea classica che il male, in quanto errore, nasce da una volontà imperfetta. L’imperfezione è la paura, la quale ha ataviche radici cosmiche.

   Invero, la violenza scaturisce dalla prometeica ribellione di un individuo che, essendo impotente di fronte al mondo della necessità, lotta contro di esso e contro se stesso con la rabbia di chi preferisce spezzarsi piuttosto che piegarsi… E’ il mito titanico che si ripete nelle regioni dell’essere.

   Per contro, una volontà perfetta non lotta, non è violenta negativamente. E senza piegarsi – senza spezzarsi, s’impone di per sé: non “distruggendo” il mondo, né da esso “evadendo”, bensì liberandosi spiritualmente.

   La causa dell’aggressività ha, quindi, radici metafisiche. Le cosiddette frustrazioni personali o sociali che siano, potranno talvolta esserne soltanto occasione di scarica, mai causa primaria.

   E’ concezione della scienza medica che certe malattie infettive siano provocate da microbi patogeni esterni che, rompendo le naturali difese antibatteriche dell’organismo, ne danneggiano la salute. Ma in tanto gli agenti mortiferi riescono a devastare un corpo, in quanto esso non ha saputo resistere nella lotta contro le invasioni esterne: Un organismo sano, forte, al contrario, riuscirà a fronteggiare qualunque male, e non avrà timore neppure di pestifere epidemie che non potranno contaminarlo. “L’organismo umano è naturalmente una cittadella forte, pronta a respingere gli attacchi degli invasori: per perdere occorre che si arrenda, cioè sottoscriva alla imposizione del nemico; è lui l’attaccato, cioè l’agente stesso della crisi e della sua guarigione” (Giuliano Kremmerz).

   Parimenti, la delinquenza è uno stato di coscienza morboso di un soggetto che, apaticamente, ha abbandonato le naturali capacità difensive della personalità, lasciando via libera alle nefaste influenze degli agenti causali del mondo circostante. Quindi: è uno stato di crisi generale della totalità psicosomatica, crisi che in un uomo sano non ha ragione di esservi e che nel delinquente si realizza soltanto perché egli si è lasciato contaminare – per paura e mancanza di ideali e di coraggio – da patogeni bacteri sociali e pseudoculturali.

   Le superstizioni della comune opinione pubblica, l’ipocrita morale che le plasma, il culto dominante nei mass-media del “sopraffattore”, sono le principali influenze letali incaricate di destabilizzare la personalità umana, impedendole di svilupparsi in armonica spontaneità.

   L’uomo nasce libero! Il mondo lo rende schiavo. La società lo flagella, costringendolo ad un destino livellato, uguale per tutti, massificante. La vera libertà è conquista di un tipo d’uomo superiore, perché austero con se stesso, il cui essere affonda nel cielo.

   L’uomo non è un’equazione matematica. Egli è un tutto organico: la sua personalità è un centro sia di tendenze ed istinti ereditari e sociali, e sia soprattutto un centro vivo di volontà che si irradia con un atto libero al disopra di ogni impulso o abitudine. Tale capacità è la misura della sua Dignitas.

 

L’uomo in disordine

   Il reo è un uomo in disordine. La sua personalità è una struttura inorganica. Nell’inorganico le parti sono dissociate dal tutto e ciascuna funzione si autonomizza in una vita periferica e caotica, in cui in numeri impulsi particolari vi esplodono in un disordine centrifugo.

   Così nel profondo del reo: egli in sé non ha un punto di riferimento superiore, un centro volitivo che converga in un ordine unitario l’intiero universo delle sue funzioni in un unico impulso direttivo.

   La sanità interna è un vivo organismo in cui ogni parte intimamente si connette con il tutto – gerarchicamente – e il tutto integri in sé i particolari, anagogicamente: trainandoli in alto e dall’alto in un volere unitario, e in una panoramica visione organizzatrice di un cosmos interiore.

   Il reo è colui il quale non ha saputo realizzarsi un corpo che dall’Ordine, dalla Legge, si protenda sempre più in alto: verso superiori orizzonti di coscienza. Egli, invece, cade sempre più in un disordine dell’anima in cui il suo delinquere nella sfera sociale è soltanto una conseguenza (l’effetto più appariscente) non la causa; la sua “volontà” (da cui tuttavia l’imputabilità non può prescindere), solo parvenza. Non nel sociale, non nel psicologico o nel biologico soltanto sono da ricercarne le cause, bensì in quelle “zone” dell’essere in cui nessun scientismo positivista saprà avventurarsi.

   La Legge è essenzialmente Ritmo, poiché l’Ordine solo nel Ritmo può manifestarsi. E la Giustizia è la costanza di tale Ritmo. Già il mondo arcaico romano intuì ciò nell’idea dello jus sacrum la cui essenza è il Rito. E il Ritmo fu la realizzazione del Ritmo che permetteva di agganciarsi alla dimensione sacra della vita. Talché lo jus potesse partecipare a quello stato di verità di cui la lex è riflesso, e che nell’oltre-legge (in senso spirituale) è perfetto.

   La Legge è, così, intermediaria fra il mondo divino e l’umano. In essa l’uomo ritrova il fulcro che lo sottrae al bruto disordine. E come mondo mediano potè pur anche valere come ultima soglia: ancora un passo (ma è sur un abisso che bisogna passare!) e principia oltre la Legge, luminosa la Verità: la Via.

   Fermarsi al mondo della Legge costituiva per quella visione del sacro il limite estremo dell’Uomo. Cercare di sfuggirvi delinquendo esistenzialmente, non poteva che condurre non al di sopra di essa, ma al-di-sotto, ché perduta era la Via e l’uomo divenuto sub-umano. Il saggio Lao-Tze ebbe a scrivere: “Perduta la Via, resta la virtù; perduta la virtù resta l’etica: perduta l’etica resta il diritto; perduto il diritto, resta il costume. Il costume è solo l’esteriorità dell’etica e segna il principio della decadenza” (Tao-Te-Ching, XXXVIII). Questo è il limite della Legge.

   La pena per alcuni è retribuzione per la lesione del bene giuridico tutelato teleologicamente dalla norma, ossia di quel valore che in fondo è il volere del legislatore. Altri, invece, focalizzano l’attenzione sulla prevenzione che da una parte pone in risalto il problema della difesa sociale (misure di sicurezza), dall’altra la possibilità di un eventuale recupero (sociale sempre) del criminale.

   Indubbiamente, da una certa ottica superficiale, è vero che la pena non può non retribuire, quasi come un mero meccanismo impersonale. Sì come una legge di natura che, se violata, di per se stessa reagisce contro il violatore, e indifferentemente. Una corrente elettrica non si cura della specificità dei soggetti contro cui si scarica. Del pari, tutti allo stesso modo subiscono i medesimi effetti se toccano un carbone ardente: il dolore è retribuito in modo automatico da una legge interna che mira esclusivamente a ristabilire l’equilibrio infranto, e non si cura di “redimere” il violatore: Ciò è nella natura stessa di quella legge che costituisce il limite dell’uomo. Ben diverso sarebbe per un uomo realmente integrato in quella classica visione magica della vita, che avesse superato dall’alto quel limite. Allora, superato il mondo mediano della propria “apparente” natura, nessun fuoco potrebbe bruciarlo! Sublimamente disse Meister Eckhart: Il carbone ti brucia  in quanto cosa che non possiedi; se invece ne possedessi la natura, tutto il fuoco che mai ha divampato non potrebbe farti nulla”.

   Certo sarebbe bello poter dire cristianamente al colpevole: “Sei perdonato, và e non peccare più”. E in un attimo vederlo trasmutarsi per sempre in bene. Ma l’uomo è quello che è: quale individuo offeso, quale derubato, quale parente d’assassinato sarebbe disposto a tanto? Chi non urlerebbe di rabbia, chi non avrebbe paura di sentirsi indifeso, chi non griderebbe vendetta o reclamerebbe giustizia? Cosicché si è costretti ad utilizzare i precari mezzi di cui dispone la società, anche per far sì  che la pena permetta una catarsi, che sia mezzo di redenzione, poiché non il sano ma il malato ha bisogno del medico: “Bisogna ricordarsi anche di chi dimentichi ove conduca la strada” (Eraclito, framm. B 71).

   Ma “pentirsi”… e poi? Per reinserirsi come un cane bastonato in una società malata? Questo è aggiungere malattia a malattia, se non vi è un più alto punto di riferimento nell’intimo dell’individuo, valori che non si scheggiano col tempo.

    Non si dimentichi che la società è stata fatta per l’uomo e non l’uomo per la società. Occorre uscire dalla prigione interiore!

   Ogni reo è un suicida. Se in lui esistesse un ordine interno, l’ambiente avverso, le quotidiane difficoltà morali e pratiche non gli sarebbero “armi” per “uccidersi”: ma rappresenterebbero una sfida (pur dura) per non abdicare.

   Alibi, e non altro, sono quelli di coloro che adducono motivazioni familiari, ambientali et similia. Subdoli alibi che giovano soprattutto a coloro che non hanno alcun interesse a che il malvivente comprenda che tutte quelle difficoltà della sua vita hanno solo un senso: dargli l’occasione per resistere al proprio sgretolamento interiore; l’occasione per fortificarsi caratterialmente in una superiore visione del mondo che gli sia faro nel buio tempestoso della sua confusione mentale. Beati quelli che camminano sui precipizi: hanno l’occasione per dispiegare le ali!

   In mezzo a noi vi è uno “spazio sommerso”. Da lì si diramano invadenti le “operazioni camaleontiche” dell’eversione occulta. Per l’annientamento dell’uomo direttamente dall’interno: come un virus che mina astutamente un organismo creandosi un suo habitat nel didentro di quella struttura. “Falsari d’idee” mettono in circolazione ideali contraffatti e lo spacciano ora per nobili “verità” spirituali, ora per scientifiche “certezze” materialistiche. Ora inneggiano a Dio e ora a Satana, e li mettono l’uno contro l’altro e poi l’uno e l’altro fanno fuori con calcolo. Di tutto essi si servono, confondendo con relativismi e false verità, per realizzare un solo scopo: annientare l’Uomo in un nichilismo senza fondo; sradicarlo dal Trascendente, e farne un’impersonale uomo-macchina succube per la loro “anima subumana. Da qui l’espandersi e il dilagare dell’aberrante corrente di violenza – specie nel mondo giovanile – che caratterizza con obbrobriosi fatti di cronaca l’attuale tumultuoso momento storico. Dopo il tramonto degli Dei è il tramonto degli uomini!

   Certune correnti di pensiero sembrano mirare “al bene” del colpevole. E astutamente si vestono da “assistenza-sociale”, porgendo zuccherini e premi a tutti i derelitti, ingannandoli con libertarie promesse di reinserimento sociale dopo le forzate misure di sicurezza a cui sono sottoposti. Questa ostentata “magnanimità” è altrettanto beffarda e pericolosa quanto la più crudele severità, identico è il fine: l’asservimento totale. Per rovesciare l’autorità reclamano la libertà; riuscitici, colpiranno anche la libertà: “Ut imperium evertant, libertatem praeferunt; si perverterint, libertatem ipsam adgredientur” (Tacito, Ann. XVI, 20).

   Misure “balsamiche” possono aiutare davvero il reo, affinché esca dalla prigione senza indossare per sempre il “pigiama a strisce”. Redenzione completa, effettiva, si avrà solo se il reo saprà liberarsi dalle sbarre più perfide: quelle che egli stesso, suo malgrado, contribuisce a rinforzare nella scura cella della sua anima.

   Il disordine interiore del reo può risolversi solo con una visione superiore della vita, che lo organizzi in una personalità immune dal nichilismo esistenziale in cui un tempo si smarrì. Un’assistenza spirituale è fondamentale per l’opera di ricostruzione interiore fra le macerie umane. Un’opera la cui base stia nell’idea di un tipo d’uomo che non si esaurisce in una breve parentesi esistenziale senza senso, ma che invece ritrovi il suo significato originario nel contatto con un mondo sacrale dai cui ritmi egli stesso si è escluso: per l’illusoria convinzione d’essere il suo destino capriccio di un fantomatico caso e disperante inutilità il vivere (proprio o altrui). Di disfatta in disfatta, egli si disfa in polvere buia.

   Il delitto è la rottura di un limite, infatti, il termine tedesco per delitto racchiude il senso di una “spezzare” (ver-brechen). E l’uomo-delinquente “spezzando” tronca se stesso, distaccandosi da un Centro luminoso: inabissandosi nella sua stessa violenza, che è sostanza e natura del suo disarmonico essere.

   Solo un “sapere ignorante” (per dirla con il Guénon) – “sapere d’ordine inferiore, tenentesi tutto al livello della realtà più bassa, e sapere ignorante tutto quel che lo trascende”, può non dare il giusto peso all’effettiva pericolosità non solo sociale ma cosmica diremmo, cui si va incontro sottovalutando i sanguinari “segni” che vorticosamente colpiscono e ribaltano, specie nel nucleo familiare, Valori di là dal tempo: quasi come “diabolico disegno criminoso” finalizzato all’eliminazione dell’uomo.

   Sta solo all’Uomo rialzarsi! 

 

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