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L’uomo
è un
robot. Ha una personalità “meccanica”. Quasi nulla di ciò che fa gli
appartiene come cosa sua propria, da lui liberamente voluta.
Tutto gli “accade” incoscientemente. I suoi pensieri, le sue
emozioni, le sue azioni, gli accadono impersonalmente: non sempre
esse sono ciò che egli ha effettivamente voluto; quasi sempre egli
reagisce agli stimoli esterni senza avere piena coscienza dei suoi atti
che accadono anche malgrado se stesso, nonostante se stesso.
Come un automa egli “vive” in un dormiveglia
esistenziale, e nulla di sé sa e in null’altro crede se non nelle superstizioni
della sua “cultura” meccanica! L’orgoglio della macchina lo
illude di non essere tale, e lo inganna. Ma è proprio nel riconoscersi
robot che l’uomo ordinario può notare i suoi limiti e, se lo vuole,
superarli: riconoscendosi in una superiore dignità interiore e divina non
più pietrificata, ma viva.
L’uomo, disse J. De Maistre, “non sa ciò che vuole, vuole
ciò che non vuole, non vuole ciò che vuole: vorrebbe volere. Egli vede
in sé qualcosa che non è lui e che è più forte di lui” (Le
serate si S. Pietroburgo). Svegliarsi dal meccanicismo arimanico:
solo allora l’uomo potrà dirsi persona. E la persona è un còmpito,
un interno stato organico.
Il delinquente, invece, è un robot sui generis. L’aggressività
criminale nasce dalla privazione. Fu idea classica che il male, in
quanto errore, nasce da una volontà imperfetta. L’imperfezione
è la paura, la quale ha ataviche radici cosmiche.
Invero, la violenza scaturisce dalla prometeica ribellione
di un individuo che, essendo impotente di fronte al mondo della
necessità, lotta contro di esso e contro se stesso con la rabbia di chi
preferisce spezzarsi piuttosto che piegarsi… E’ il mito titanico che
si ripete nelle regioni dell’essere.
Per contro, una volontà perfetta non lotta, non è violenta
negativamente. E senza piegarsi – senza spezzarsi, s’impone di per sé:
non “distruggendo” il mondo, né da esso “evadendo”, bensì
liberandosi spiritualmente.
La causa dell’aggressività ha, quindi, radici metafisiche. Le
cosiddette frustrazioni personali o sociali che siano, potranno talvolta
esserne soltanto occasione di scarica, mai causa primaria.
E’ concezione della scienza medica che certe malattie infettive
siano provocate da microbi patogeni esterni che, rompendo le naturali
difese antibatteriche dell’organismo, ne danneggiano la salute. Ma in
tanto gli agenti mortiferi riescono a devastare un corpo, in quanto esso
non ha saputo resistere nella lotta contro le invasioni esterne: Un
organismo sano, forte, al contrario, riuscirà a fronteggiare qualunque
male, e non avrà timore neppure di pestifere epidemie che non potranno
contaminarlo. “L’organismo umano è naturalmente una cittadella
forte, pronta a respingere gli attacchi degli invasori: per perdere
occorre che si arrenda, cioè sottoscriva alla imposizione del nemico; è
lui l’attaccato, cioè l’agente stesso della crisi e della sua
guarigione” (Giuliano Kremmerz).
Parimenti, la delinquenza è uno stato di coscienza morboso di
un soggetto che, apaticamente, ha abbandonato le naturali capacità
difensive della personalità, lasciando via libera alle nefaste influenze
degli agenti causali del mondo circostante. Quindi: è uno stato di crisi
generale della totalità psicosomatica, crisi che in un uomo sano non ha
ragione di esservi e che nel delinquente si realizza soltanto perché egli
si è lasciato contaminare – per paura e mancanza di ideali e di
coraggio – da patogeni bacteri sociali e pseudoculturali.
Le superstizioni della comune opinione pubblica,
l’ipocrita morale che le plasma, il culto dominante nei mass-media del
“sopraffattore”, sono le principali influenze letali incaricate di destabilizzare
la personalità umana, impedendole di svilupparsi in armonica
spontaneità.
L’uomo nasce libero! Il mondo lo rende schiavo. La società lo
flagella, costringendolo ad un destino livellato, uguale per tutti,
massificante. La vera libertà è conquista di un tipo d’uomo superiore,
perché austero con se stesso, il cui essere affonda nel cielo.
L’uomo non è un’equazione matematica. Egli è un tutto
organico: la sua personalità è un centro sia di tendenze ed istinti
ereditari e sociali, e sia soprattutto un centro vivo di volontà che si
irradia con un atto libero al disopra di ogni impulso o abitudine. Tale
capacità è la misura della sua Dignitas.
L’uomo
in disordine
Il reo è un uomo in disordine. La sua personalità è una struttura inorganica.
Nell’inorganico le parti sono dissociate dal tutto e ciascuna
funzione si autonomizza in una vita periferica e caotica, in cui in numeri
impulsi particolari vi esplodono in un disordine centrifugo.
Così nel profondo del reo: egli in sé non ha un punto di
riferimento superiore, un centro volitivo che converga in un ordine
unitario l’intiero universo delle sue funzioni in un unico impulso
direttivo.
La sanità interna è un vivo organismo in cui ogni parte
intimamente si connette con il tutto – gerarchicamente – e il tutto
integri in sé i particolari, anagogicamente: trainandoli in alto e
dall’alto in un volere unitario, e in una panoramica visione
organizzatrice di un cosmos interiore.
Il reo è colui il quale non ha saputo realizzarsi un corpo che
dall’Ordine, dalla Legge, si protenda sempre più in alto: verso
superiori orizzonti di coscienza. Egli, invece, cade sempre più in un
disordine dell’anima in cui il suo delinquere nella sfera sociale è
soltanto una conseguenza (l’effetto più appariscente) non la causa; la
sua “volontà” (da cui tuttavia l’imputabilità non può
prescindere), solo parvenza. Non nel sociale, non nel psicologico o nel
biologico soltanto sono da ricercarne le cause, bensì in quelle
“zone” dell’essere in cui nessun scientismo positivista saprà
avventurarsi.
La Legge è essenzialmente Ritmo, poiché l’Ordine solo nel Ritmo
può manifestarsi. E la Giustizia è la costanza di tale Ritmo. Già il
mondo arcaico romano intuì ciò nell’idea dello jus sacrum la
cui essenza è il Rito. E il Ritmo fu la realizzazione del Ritmo che
permetteva di agganciarsi alla dimensione sacra della vita. Talché lo jus
potesse partecipare a quello stato di verità di cui la lex è
riflesso, e che nell’oltre-legge (in senso spirituale) è perfetto.
La Legge è, così, intermediaria fra il mondo divino e l’umano.
In essa l’uomo ritrova il fulcro che lo sottrae al bruto disordine. E
come mondo mediano potè pur anche valere come ultima soglia: ancora un
passo (ma è sur un abisso che bisogna passare!) e principia oltre la
Legge, luminosa la Verità: la Via.
Fermarsi al mondo della Legge costituiva per quella visione del
sacro il limite estremo dell’Uomo. Cercare di sfuggirvi delinquendo
esistenzialmente, non poteva che condurre non al di sopra di essa, ma
al-di-sotto, ché perduta era la Via e l’uomo divenuto sub-umano. Il
saggio Lao-Tze ebbe a scrivere: “Perduta la Via, resta la virtù;
perduta la virtù resta l’etica: perduta l’etica resta il diritto;
perduto il diritto, resta il costume. Il costume è solo l’esteriorità
dell’etica e segna il principio della decadenza” (Tao-Te-Ching,
XXXVIII). Questo è il limite della Legge.
La pena per alcuni è retribuzione per la lesione del bene
giuridico tutelato teleologicamente dalla norma, ossia di quel valore che
in fondo è il volere del legislatore. Altri, invece, focalizzano
l’attenzione sulla prevenzione che da una parte pone in risalto il
problema della difesa sociale (misure di sicurezza), dall’altra la
possibilità di un eventuale recupero (sociale sempre) del criminale.
Indubbiamente, da una certa ottica superficiale, è vero che la
pena non può non retribuire, quasi come un mero meccanismo impersonale. Sì
come una legge di natura che, se violata, di per se stessa reagisce contro
il violatore, e indifferentemente. Una corrente elettrica non si cura
della specificità dei soggetti contro cui si scarica. Del pari, tutti
allo stesso modo subiscono i medesimi effetti se toccano un carbone
ardente: il dolore è retribuito in modo automatico da una legge interna
che mira esclusivamente a ristabilire l’equilibrio infranto, e non si
cura di “redimere” il violatore: Ciò è nella natura stessa di quella
legge che costituisce il limite dell’uomo. Ben diverso sarebbe per un
uomo realmente integrato in quella classica visione magica della vita, che
avesse superato dall’alto quel limite. Allora, superato il mondo mediano
della propria “apparente” natura, nessun fuoco potrebbe bruciarlo!
Sublimamente disse Meister Eckhart: Il carbone ti brucia
in quanto cosa che non possiedi; se invece ne possedessi la natura,
tutto il fuoco che mai ha divampato non potrebbe farti nulla”.
Certo sarebbe bello poter dire cristianamente al colpevole: “Sei
perdonato, và e non peccare più”. E in un attimo vederlo
trasmutarsi per sempre in bene. Ma l’uomo è quello che è: quale
individuo offeso, quale derubato, quale parente d’assassinato sarebbe
disposto a tanto? Chi non urlerebbe di rabbia, chi non avrebbe paura di
sentirsi indifeso, chi non griderebbe vendetta o reclamerebbe giustizia?
Cosicché si è costretti ad utilizzare i precari mezzi di cui dispone la
società, anche per far sì che
la pena permetta una catarsi, che sia mezzo di redenzione, poiché non il
sano ma il malato ha bisogno del medico: “Bisogna ricordarsi anche di
chi dimentichi ove conduca la strada” (Eraclito, framm. B 71).
Ma “pentirsi”… e poi? Per reinserirsi come un cane bastonato
in una società malata? Questo è aggiungere malattia a malattia, se non
vi è un più alto punto di riferimento nell’intimo dell’individuo,
valori che non si scheggiano col tempo.
Non si dimentichi che la società è stata fatta per l’uomo e non
l’uomo per la società. Occorre uscire dalla prigione interiore!
Ogni reo è un suicida. Se in lui esistesse un ordine interno,
l’ambiente avverso, le quotidiane difficoltà morali e pratiche non gli
sarebbero “armi” per “uccidersi”: ma rappresenterebbero una sfida
(pur dura) per non abdicare.
Alibi, e non altro, sono quelli di coloro che adducono motivazioni
familiari, ambientali et similia. Subdoli alibi che giovano
soprattutto a coloro che non hanno alcun interesse a che il malvivente
comprenda che tutte quelle difficoltà della sua vita hanno solo un senso:
dargli l’occasione per resistere al proprio sgretolamento interiore;
l’occasione per fortificarsi caratterialmente in una superiore visione
del mondo che gli sia faro nel buio tempestoso della sua confusione
mentale. Beati quelli che camminano sui precipizi: hanno l’occasione per
dispiegare le ali!
In
mezzo a noi vi è uno “spazio sommerso”. Da lì si diramano invadenti
le “operazioni camaleontiche” dell’eversione occulta. Per
l’annientamento dell’uomo direttamente dall’interno: come un virus
che mina astutamente un organismo creandosi un suo habitat nel didentro di
quella struttura. “Falsari d’idee” mettono in circolazione ideali
contraffatti e lo spacciano ora per nobili “verità” spirituali, ora
per scientifiche “certezze” materialistiche. Ora inneggiano a Dio e
ora a Satana, e li mettono l’uno contro l’altro e poi l’uno e
l’altro fanno fuori con calcolo. Di tutto essi si servono, confondendo
con relativismi e false verità, per realizzare un solo scopo: annientare
l’Uomo in un nichilismo senza fondo; sradicarlo dal Trascendente, e
farne un’impersonale uomo-macchina succube per la loro “anima
subumana. Da qui l’espandersi e il dilagare dell’aberrante corrente di
violenza – specie nel mondo giovanile – che caratterizza con
obbrobriosi fatti di cronaca l’attuale tumultuoso momento storico. Dopo
il tramonto degli Dei è il tramonto degli uomini!
Certune
correnti di pensiero sembrano mirare “al bene” del colpevole. E
astutamente si vestono da “assistenza-sociale”, porgendo zuccherini e
premi a tutti i derelitti, ingannandoli con libertarie promesse di
reinserimento sociale dopo le forzate misure di sicurezza a cui sono
sottoposti. Questa ostentata “magnanimità” è altrettanto beffarda e
pericolosa quanto la più crudele severità, identico è il fine:
l’asservimento totale. Per rovesciare l’autorità reclamano la libertà;
riuscitici, colpiranno anche la libertà: “Ut imperium evertant,
libertatem praeferunt; si perverterint, libertatem ipsam adgredientur” (Tacito,
Ann. XVI, 20).

Misure
“balsamiche” possono aiutare davvero il reo, affinché esca dalla
prigione senza indossare per sempre il “pigiama a strisce”. Redenzione
completa, effettiva, si avrà solo se il reo saprà liberarsi dalle sbarre
più perfide: quelle che egli stesso, suo malgrado, contribuisce a
rinforzare nella scura cella della sua anima.
Il
disordine interiore del reo può risolversi solo con una visione superiore
della vita, che lo organizzi in una personalità immune dal nichilismo
esistenziale in cui un tempo si smarrì. Un’assistenza spirituale è
fondamentale per l’opera di ricostruzione interiore fra le macerie
umane. Un’opera la cui base stia nell’idea di un tipo d’uomo che non
si esaurisce in una breve parentesi esistenziale senza senso, ma che
invece ritrovi il suo significato originario nel contatto con un mondo
sacrale dai cui ritmi egli stesso si è escluso: per l’illusoria
convinzione d’essere il suo destino capriccio di un fantomatico caso e
disperante inutilità il vivere (proprio o altrui). Di disfatta in
disfatta, egli si disfa in polvere buia.
Il
delitto è la rottura di un limite, infatti, il termine tedesco per
delitto racchiude il senso di una “spezzare” (ver-brechen). E
l’uomo-delinquente “spezzando” tronca se stesso, distaccandosi da un
Centro luminoso: inabissandosi nella sua stessa violenza, che è sostanza
e natura del suo disarmonico essere.
Solo
un “sapere ignorante” (per dirla con il Guénon) – “sapere
d’ordine inferiore, tenentesi tutto al livello della realtà più bassa,
e sapere ignorante tutto quel che lo trascende”, può non dare il
giusto peso all’effettiva pericolosità non solo sociale ma cosmica
diremmo, cui si va incontro sottovalutando i sanguinari “segni” che
vorticosamente colpiscono e ribaltano, specie nel nucleo familiare, Valori
di là dal tempo: quasi come “diabolico disegno criminoso” finalizzato
all’eliminazione dell’uomo.
Sta
solo all’Uomo rialzarsi!

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