IMPERIAL SOVEREIGN TIBERIAN DOBRYNIAN ANGHELOS HOUSE OF ROME AND RUSSIA


Imperiale e Reale Arciconfraternita Hospitaliera 

dei Padri San Pio e Sant'Antonio

L'Arciconfraternita dei Padri San Pio e Sant'Antonio intende continuare e perpetuare la santa tradizione storico-religiosa del Culto di Sant'Antonio di Padova, da una parte, che, nell'antica devozione popolare italiana, aveva il compito di aiutare chi era in difficoltà, di preparare il pane benedetto per la festa del santo, e, dall'altra, perpetuare il culto e la devozione di San Pio da Pietrelcina (Padre Pio), per il rafforzamento della fede cristiana e mariana e l'aiuto ai sofferenti e malati.

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NATURA E FINI

L'Imperiale e Reale Arciconfraternita Hospitaliera dei Padri San Pio e Sant'Antonio nasce come Associazione di laici e religiosi Cristiani, ideologicamente, filosoficamente e teologicamente portati all’ecumenismo e al Dialogo Interreligioso ed al lavoro alacre e costruttivo con tutti “gli uomini di buona volontà”,  eretta presso la Sede dell’Imperiale e Reale Casa Tiberio Anghelos Dobryniana, rappresentata dall'attuale Capo di Nome e d'Arme S.A.R.I. Don Antonius II Tiberio Dobrynia Anghelos di Roma et Russia, Principe di San Antonio, Assistente al Sacro Soglio Patriarcale della Santa Iglesia Ortodoxa Albanese y de Epiro en el exilio; ed ha lo scopo prevalentemente di Culto, formazione cristiana, assistenza e carità, Dialogo Ecumenico ed Interreligioso, promozione dei principi di Bioetica Pro Vita, dei Diritti Umani ed Animali, del Messaggio Evangelico. 

Essa gode in perpetuo dei benefici spirituali provenienti dalla Benedizione Apostolica Perpetua ed Alta Protezione Spirituale del Patriarcato della Santa Chiesa Ortodossa Albanese in esilio, e di altre Chiese dell’Oriente Cristiano.

L’Arciconfraternita si ritiene ed è Ecumenica ed Interreligiosa, anche se ne fanno parte principalmente Cristiani Cattolici Apostolici Romani ed Ortodossi. In virtù di quanto detto, possono farne parte anche persone non Cristiane, purché di ottima, preclara Moralità, famose per il Loro impegno Sociale.
Essa per il raggiungimento dei suoi fini si propone di:

     a) promuovere e sviluppare nei Confrati una vita Cristiana autentica, alimentando in loro la Fede, virtù Teologale, mediante la catechesi e, soprattutto, mediante appropriati esercizi di pietà, la frequenza ai Sacramenti, la partecipazione alla Eucarestia domenicale e, soprattutto mediante un costante impegno nella difesa del Principio di Sacralità della Vita;
b) collaborare validamente, insieme con i Ministri di Culto e con gli altri Gruppi e Associazioni ecclesiali, per il decoro del Culto Liturgico e la Celebrazione delle Feste Religiose;
c) promuovere lo scambievole aiuto spirituale e materiale dei Confratelli secondo lo spirito della Carità Evangelica.

I CONFRATI E LE CONSORELLE - CAVALIERI EREDITARI

Possono essere accolti nell'Arciconfraternita gli aspiranti che, fattane richiesta scritta al Gran Priore Generale - Rettore Presidente:
a) sono di sesso maschile o femminile;
b) abbiano compiuto 18 anni di età;
c) siano di buona condotta morale;
d) professino la Fede Cattolica, Ortodossa o comunque altra Religione famosa per il proprio impegno Sociale, per la propria Carità;
e) non si siano allontanati dal Bene, aderendo a sètte Sataniche ovvero siano divenuti dichiaratamente Atei.

La domanda di ammissione (che potrà essere anche rifiutata senza dovere di fornire spiegazioni di sorta, essendo ad insindacabile giudizio Magistrale) all'Arciconfraternita, dovrà contenere le generalità complete del richiedente e la dichiarazione di aver preso visione dello Statuto e di volerlo incondizionatamente osservare.

All'atto di ammissione ogni Confrate-Cavaliere è tenuto a versare a favore dell'Arciconfraternita un contributo una tantum di entrata che sarà stabilito dalla Rettoria.

ARMA

Scudo partito di bianco e di nero, caricato della croce Tau di rosso bordata d'oro, sormontato da corona aurea bizantina con infule; nastro: di bianco e di nero, diviso a metà.

DOVERI DEI MEMBRI

Confrati e COnsorelle hanno i seguenti doveri:

a) partecipare alle varie attività dell'Arciconfraternita;
b) adoperarsi attivamente per migliorare la Società nella quale l’Arciconfraternita ha le proprie radici, così come il fiore di loto sboccia radioso, puro, magnifico, pur avendo le proprie radici poste nell’acqua melmosa
e) prestarsi fraternamente nel soccorrere spiritualmente e materialmente i Confrati bisognosi, malati, anziani e soli.


DIRITTI DEI MEMBRI

Confrati e Consorelle:  

a)  partecipano a tutti quei benefici spirituali e materiali nascenti dallo Statuto; b) hanno diritto di voto attivo e passivo nelle Assemblee secondo le norme espresse in questo statuto.   

PIETAS ET CARITAS

Il Fare del Bene, l’Elemosina, tanto cara alla Imperiale, Reale e Granducale Casa Angelo Tiberio Dobryniana di Roma e di Russia, non soltanto trova riscontro nell’Evangelico Capitolo 6, Versetto 35 del Vangelo di San Luca “Mutuum date nihil inde sperantes”, ma altresì nell’Opera di Dialogo Interreligioso ed Ecumenismo e Fratellanza con gli appartenenti alla Religione Islamica, Monoteista, Semitica, riconoscente le figure di Maria, Gesù, Mosè etc. che i Zar di Russia posero in essere con i Loro sudditi musulmani.
Anche l’elemosina, infatti, come la preghiera rituale, viene menzionata dal Corano in numerosi versetti. Il Corano recita al versetto 160 della Sura dei Greggi, VI, meccana, eccetto i versetti 20, 23, 91, 114, 141, 151, 152 e 153 che sono medinesi. Di 165 versetti. Rivelata dopo la Sura di al-Higr: "Chi fa il bene ne avrà il decuplo e chi fa il male sarà compensato solo con un castigo equivalente".
Sotto l'Impero Russo Cristiani Ortodossi e Musulmani (*) coesistevano in Pace uniti dallo stesso rispetto nei confronti del Cristo.

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NOTA


(*)
Il termine “musulmano”, in arabo “Muslim” (derivante dal turco, e coniato sul termine persiano, introdotta in Europa dai bizantini nel tardo Rinascimento), è il participio del verbo arabo “Salima” (sottomettersi) il cui infinito sostantivato è, per l’appunto “Islâm”. Islàm significa quindi “dedizione a Dio”. Trattasi della denominazione scelta da Maometto (Maometto cioè Abūl-Kā              Sim Ibn ‘Abd- Allah detto Muhammad, “il Glorificato”, figlio di Abdallah e di Amina; nacque attorno al 570 d.C. alla Mecca, in un ramo collaterale ed impoverito della Nobile Famiglia dei Quraishiti e morì nel 632, l’8 giugno), due anni dopo avere conquistato la Mecca con il Suo Esercito), il Nabi-Rasul (il Profeta-Inviato di Dio) stesso per la Religione da Lui predicata. Con lo scopo di aiutare gli uomini traviati da Satana (Saytan, Ishitan/Shaitan oppure Iblîs e Daggiâl), Allâh ha inviato sul Nostro Pianeta ben 124.000 Profeti (Nabi),113 dei quali sono di rango superiore, Messaggeri ed Apostoli.
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i Santi Patroni

Sant'Antonio 

IL CAVALIERE PELLEGRINO

Chi era S. Antonio? Fernando di Bulhoes, è il nome di battesimo di colui il quale conosciamo come Antonio da Padova. Antonio è il nome con cui Ferdinando venne accolto nella comunità francescana.

Siamo nel XII secolo, gli arabi erano ormai in pianta stabile nel sud del Portogallo, anche se Alfonso il conquistatore nell’anno domini 1147 con l’appoggio dei crociati francesi, tedeschi ed inglesi si era fatto largo fino a Lisbona. Solo successivamente re Alfonso II (discendente) riprese la conquista.

Fra i cavalieri di Alfonso II spiccava in modo particolare un forte uomo d’armi, Martini Vincencio de Bulhoes che si diceva fosse discendente nientemeno che da Goffredo di Bouillon (Buglione), famoso condottieri crociato che in se seguito alle sue gesta in terrasanta divenne re cristiano di Gerusalemme. Martin Vincencio di Bulhoes partecipò alla riconquista del Portogallo, quale combattente nobile e coraggioso. Sposò la nobildonna Maria Teresa Tavera dalla quale ebbe Fernando (Antonio).

Dunque, Fernando che d’ora in poi chiameremo Antonio, nacque a Lisbona nel 1195, il 15 agosto.

Pochi dati abbiamo a disposizione per tracciare una biografia dell’infanzia di Antonio. Si sa che il padre essendo un cavaliere (versato nelle armi), insegnò al figlio le discipline marziali: la scherma, l’equitazione , la caccia. Condusse il ragazzo ai tornei, alle battute di caccia e gli fece conoscere il nobile mondo cavalleresco fatto di racconti, cavalieri, nobili e gentili dame, con l’intento di farne un cavaliere degno del suo antenato Goffredo di Buglione.

D’altro canto la madre tentava di educare Antonio alla carità, all’aiuto dei poveri, avendo consacrato segretamente suo figlio alla Vergine Maria il giorno in cui era nato: la festa dell’Assunzione. Molto spesso la madre lo conduceva in Chiesa e gli indicava il dipinto della Madonna e l’altare dell’Eucarestia ed egli le chiedeva: ”Chi è quella Signora dipinta sul quadro?… Cosa c’è dietro quella porticina?”

Uno zio, tale Fernando , omonimo, era canonico e maestro della scuola concomitante alla Cattedrale di Lisbona. Fu lui il maestro di Antonio.

Gli anni passarono e troviamo Antonio giovinetto, cresciuto fra gli studi e la vita mondana, con il forte desiderio di diventare un ottimo cavaliere. Lisbona, l’odierna capitale del Portogallo, a quel tempo era una città fiorente. Era chiamata la “regina dei mari” possedendo uno dei porti più belli del mondo. Circondata dalle montagne come un anfiteatro, i suoi pittoreschi castelli, le case, gli antichi palazzi ne facevano una delle città più ricche del Medioevo. Difatti il porto era un punto di collegamento di intensi traffici e commercio. Molte navi provenienti da tutte le parti del mondo,cariche di mercanzie, alimenti ed oggetti d’arte, attraccavano ai moli, altre partivano per porti lontani. Gli arabi, avevano introdotto la loro cultura, in special modo la matematica e l’astronomia. Una leggenda vuole che l’eroe omerico Ulisse, dopo che Troia fu combusta, vagò alla ricerca della sua Itaca, fosse arrivato all’attuale luogo dove sorge Lisbona ed avesse fondato la città che da lui prende il nome: Ulixbona = Lisbona.

Antonio non era affatto insensibile ai piaceri della vita ed alla bellezza femminile, avendo nel sangue l’ardore cavalleresco del padre ed il desiderio di potenza e di gloria.

Molte volte fu preso dal desiderio di avventura, osservando la partenza delle navi, e spesso si accese alla vista ed al sorriso di belle ragazze dal sangue caliente.

Segue l'incontro con San Francesco d'Assisi, la scelta vocazionale e il viaggio a Padova.

IL PROTETTORE DEI BAMBINI - Il Pane di Sant'Antonio - 

E’ una delle devozioni più diffuse. La sua origine è dovuta alla risurrezione di un bambino operata dal Santo.

Un giorno una mamma intenta alle faccende domestiche, non si era accorta che il figlio, di nome Tommasino, era caduto in una tinozza d’acqua. Quando la poveretta se ne accorse oramai era troppo tardi. A niente valsero gli aiuti delle persone sopraggiunte per tentare di salvare il bambino, oramai non c’era più niente da fare.

Allora la mamma di Tommasino fece un voto al Santo: di distribuire ai poveri tanto pane quanto pesava suo figlio, se glielo avesse riconsegnato sano e salvo. Questa devozione verrà in seguito chiamata “Pondus Pueri” = peso del bambino.

Mentre la donna non perdeva la fede e rinnovava con tutte le forze spirituali il voto a S. Antonio, il bambino improvvisamente gridò: aveva ripreso a vivere!… Il Miracolo era avvenuto!

Specialmente nelle regioni meridionali del nostro Paese, è tuttora ben viva l’antica tradizione di far benedire i pezzi di pane per poi regalarli a parenti e amici o consumarli in famiglia, avendo cura di non perderne una sola briciola.

Era anche molto in uso, il voto di far indossare per 5 anni il saio francescano (come quello che indossava il Santo padovano), ai bambini che erano scampati ad un pericolo mortale: malattie, febbri, incidenti, ecc.

Il Santo da Padova è anche il protettore degli orfani e dei bambini poveri; anche in alcune ninne-nanne, il Santo viene nominato più volte.

Padre San Pio

Il PRODIGIO

Lo sconosciuto apparve al suo fianco: con fragore di luce, maestoso, di impareggiabile bellezza.

“Vieni con me perché ti conviene combattere da valoroso guerriero”. Così lo esortò prendendolo per la mano. E lo condusse attraverso splendori fulminei, in un’immensa campagna.

Una moltitudine di uomini si spaccava in due gruppi distinti: da una parte esseri bellissimi ammantati da candide vesti; dall’altra, mostruose creature come ombre di pece.

In mezzo a quel solco di luce e tenebra, come Mosè in mezzo agli imponenti fianchi del mar rosso, il giovane Francesco avanzava stupito, quando vide precipitare verso di sé le orride sembianze minacciose di un colosso che pareva sfiorare le nuvole con la testa.

Il personaggio splendente al suo fianco gli infuse il coraggio fiammeggiante: “Fatti animo, entra nella lotta con fiducia e combatti coraggiosamente; io ti starò sempre dappresso, ti aiuterò e non permetterò che quello ti abbatta”. Terrifico lo scontro, come due tuoni su abissi d’eternità. Ma il gigante fu vinto, domato, costretto alla fuga nell’urlo agghiacciante della vorticosa coda di quegli esseri orripilanti che si dileguarono dietro di lui, mentre tutti gli altri di soave bellezza esplosero in grida di giubilo.

Fu allora che il misterioso accompagnatore pose sul capo del futuro fra’ Pio una corona risplendente di gemme d’ultraterrena bellezza; annunciandogli di tenere in serbo per lui “un’altra corona più bella, se saprai lottare ancora contro quel gigante. Lui tornerà sempre all’assalto, ma tu combatti da valoroso e non dubitare mai del mio aiuto per prostrarlo…”.

Aveva appena quindici anni Francesco Forgione all’epoca della visione, ma in quell’attimo senza tempo aveva assaporato già tutto il nettare dell’Eterno.

Gesù gli appariva sin dai primi anni della sua infanzia, e gli parlava, gli sussurrava chissà quali incanti nella segreta caverna del cuore.

Lui sapeva di essere stato chiamato ad “una missione grandissima nota solo a Te e a me” - come scriveva in una sua preghiera personale. Ma lo sapeva pure qualcun’ altro: chi sin da piccolo lo affrontava a viso aperto nelle lunghe notti insonni, tormentandolo con la paura, quella morsa irrazionale che ti scava cicatrici di terrore nell’anima; con il dolore, che paralizza l’estasi nel labirinto dei sensi annientati nella carne.

Il Diavolo lo conosceva bene. Si incontravano ad ogni angolo di se stesso. E lottavano, lottavano continuamente sul bianco e nero scacchiere della vita. Ora esausti, ora rinvigoriti, entrambi segnacoli di nascoste significazioni d’oltreumana realtà.

“Io sono un mistero di fronte a me stesso” , rivelerà più tardi lo stimmatato di Pietrelcina. Un mistero racchiuso nel prodigio della sua nascita, della sua vita; dischiuso nelle sue opere, nella sua morte. Nella voce che scalava le vette arcane della Fede, il firmamento dell’Amore.

Gli universi stavano tutti srotolati nel suo sguardo intenso; nelle sue piaghe, nei gesti, nel rito della sua esistenza. Nel ritmo di uno spirito che s’infodera in Dio. Nel respiro di quel Dio che ci è più vicino che la vista all’occhio.

LA VITA

   Nella terra ruggente del Sannio, nella mite semplicità della beneventana Pietrelcina, un pomeriggio del 25 maggio 1887 in una povera casa di betlemita memoria, al numero 27 di vico Storto a Valle,  nasce il piccolo Francesco Forgione.

     Due fratelli e una sorella prima di lui, altre tre femmine dopo, il futuro cappuccino chiamato da Dio  è figlio di contadini analfabeti. Una famiglia umile, onesta; il padre Grazio costretto ad emigrare in America per lavoro;  la madre,  Maria Giuseppa Di Nunzio, detta Peppa, manda avanti la casa con la forza tipica delle donne del sud: inattaccabili querce, instancabili braccia, cuori generosi come le fruttifere zolle della terra del sole.

     L’amore, la pazienza, la tenacia, la pia devozione religiosa di mamma Peppa segneranno la sana educazione del bambino che porta il soave peso del nome del Santo d’Assisi.

     Francesco cresce buono e ubbidiente, schivo, riservato, in quel del borgo del Castello, ora negli spazi aperti del pascolo in compagnia di un paio di pecore, ora negli spazi infiniti delle sue lunghe meditazioni sotto la frescura di un olmo secolare. Preferisce leggere, soprattutto i vangeli, le storie e le vite dei santi, anziché partecipare ai giochi infantili di congrega. Preferisce capire, il senso della vita, del dolore, della morte, il mistero ineffabile del creato. E’ un cercatore di verità, un esploratore di foreste di luce sui tortuosi sentieri  dell’anima.

     Già sale la perigliosa  “Scala di Giacobbe”, sospesa tra cielo e terra, sì perché a soli quattro anni già comincia ad avere le prime visioni mistiche: dalla beatitudine angelica alle paure notturne delle informi figure che fanno capolino accanto al suo letto. Il diavolo lancia la sua sfida mostruosa. La lotta durerà tutta la vita. E’ il segno della predestinazione.

   Non temete, voi che camminate sul mare

tra i venti e le onde, ma ricordatevi che siete

con Gesù. Che vi è da temere?

Ma se il timore vi sorprende gridate fortemente:

O Signore, salvateci! Egli vi stenderà la mano:

stringetela forte, e camminate allegramente.

 

La Madonna di Fatima (raffigurazione popolare d'epoca)

 

   Gesù è sempre al vostro fianco, egli combatterà sempre con voi e per voi ed il nemico sarà,

come sempre, completamente debellato.

abbandonatevi pienamente sul cuore

Divino di Gesù, come un pargolo

tra le braccia della madre.

Il Signore ti benedica,

Ti guardi,

Volga la sua faccia

Verso di te;

Ti dia misericordia

E ti dia pace.

Padre Pio


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